Ci salverà una Beata…

Dom, 22/11/2020 - 13:00

Siccome da noi persino le tragedie finiscono in farsa, adesso imperversa il balletto dei commissari che non vogliono venire in Calabria nemmeno a riempirli d’oro. Uno c’era, ma ignorando ch’era pagato per gestire la sanità, quando l’ha appurato, ha preso atto con stupore della faccenda e s’è dimesso prima d’essere mandato via a calci nel sedere. Un altro, scelto perché amico di Bersani, dopo aver blaterato sciocchezze per qualche giorno, è stato accantonato anche lui. Allora, ecco il terzo, che ha rifiutato perché la moglie non vuole saperne di stare a Catanzaro dove, a differenza dei comunisti d’una volta, che mangiavano i bambini, i Catanzaresi di oggi mangiano le anziane signore. Un altro, invocato come il solo demiurgo capace di trarci dal baratro, ha detto che se volevamo qualche ospedaletto da campo, a disposizione, ma per il resto è troppo impegnato nel terzo mondo per potersi occupare della Calabria. E intanto da noi, perché al ridicolo non c’è mai fine, si protesta girando in macchina e strombazzando, si grida nelle piazze e il Governo se ne strafotte, e fa bene, perché certe proteste da tifo calcistico fanno semplicemente ridere. Che volete che gliene importi, al potere, se giro in macchina facendo chiasso! Dai, siamo seri. E mi ritorna alla mente la faciloneria di noi italiani dei quali alcuni, nella prima fase del Covid, si esibivano sui balconi con strumenti musicali vari, altri cantavano un “Fratelli d’Italia” con stonature tali da indurmi a non considerarli nemmeno lontani parenti, mentre altri esponevano lenzuoli con il troppo ottimistico “Ce la faremo…”. E, per contorno, il pezzo forte del tenore che urlava come uno scannato “All’alba vincerò”. Va bene compa’, magari all’alba vincerai, ma siccome per adesso le stai buscando, fila dentro e non rompere. E proprio questa vocazione all’esibizionismo ha portato tanti luminari in televisione a sproloquiare sciocchezze. E mentre i medici sul campo, infermieri, portantini e addetti alla Croce Rossa si dannavano l’anima, avevano il volto segnato e rischiavano la pelle, essi passavano, e passano, da un canale all’altro, pontificano su un argomento che non conoscono, litigano commiserando uno la pochezza dell’altro, ma nessuno di essi trova il coraggio di confessare di non capirne una mazza.
A questo punto non ci restano che i santi. Azzo, bella roba se si pensa che per il San Francesco di Paola non pretendo soltanto le dimissioni da protettore della Calabria - perché dopo la resurrezione dell’agnellino Martinello s’è messo in ferie e di miracoli non vuole più proprio saperne, - ma pretendo addirittura che il Papa lo sollevi dall’incarico, mandandolo, magari per consolazione, a proteggere il rinomato complesso bandistico noto come “A Pilusa”.
Ma non abbiamo un patrono d’Italia incaricato di trarci fuori da quest’epidemia? Caspita se ce l’abbiamo, è San Francesco, che dalle parti di Assisi si becca un sacco di candele e una caterva di offerte, ma che in quanto a protezione se ne strafotte del suo omonimo collega di Paola. Infatti, il Papa, non riuscendo a prenderlo sul serio, s’è rivolto a un vecchio Gesù in croce, ha scomodato persino una Madonna ortodossa, ma di Francesco nostro non ha voluto saperne. E, francamente, non ha tutti i torti, perché Francesco, parlandone da vivo e sempre col dovuto rispetto, tanto giusto di testa non era. Sì, va bene che sino a un certo punto era stato un ragazzo come tutti gli altri, disponibilissimo a far bisboccia con gli amici e a recitare nelle taverne le litanie sostituendo al nome delle sante quello delle più rinomate prostitute d’Assisi. Ma poi, colpito da un fulmine, andò fuori di testa, vendette gli averi del padre, ne ricevette, benedette le mani, una sontuosa bastonatura, se ne andò via di casa e per nuovi parenti adottò fratello sole, sorella luna e anche “la nostra corporal sorella morte” che non ci sta bene per niente, a meno di non aver tendenze suicide. E se noi il poverello d’Assisi l’abbiamo adottato come patrono, non possiamo ora lamentarci se non svolge bene la sua funzione di patrono, perché solo degli autolesionisti possono affidare il compito di combattere la morte a chi se l’è scelta come sorella. E ovviamente il Papa, accertatane l’inefficienza, e non sapendo più a quale santo votarsi, s’è rivolto direttamente a Dio, per cui il miracolo sembrava cosa fatta. Ma Gesù, dopo la resurrezione di Lazzaro, che quando gli chiedevano come se la passava rispondeva «Lasciami stare che sono vivo per miracolo», di prodigi ne dispensò pochi e fra questi, almeno per ora, non c’è la vittoria sul Coronavirus.
Quindi, abbandonati da commissari, santi e divinità, che forse stanno troppo in alto per occuparsi di un’inezia quale questa pandemia, non ci resta che scendere un gradino più sotto e chiedere aiuto ai beati. O meglio a una beata sensibile, piuttosto nota e particolarmente venerata da noi calabresi: la “Beata Minchia”!

Autore: 
Mario Nirta
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