Cronache dal virus

Dom, 22/03/2020 - 13:00

Ho visto or ora in televisione (oggi è il 19 di marzo) la lunga processione di camion militari che da Bergamo e Brescia ma, in generale, dalla Lombardia tutta, partiva con a bordo le salme delle vittime di Coronavirus per portarle a essere cremate in altre regioni d’Italia.
Immagini che mi hanno atterrito. Se mai fossi stato tanto superficiale da pensare, in precedenza, che quanto ci sta accadendo potesse essere un incidente passeggero, sarei un decerebrato se continuassi a pensarlo da oggi in poi.
Mi auguro le vedano, al rientro nelle loro case dal jogging o dalle “gite di piacere” che abitualmente continuano a fare, tutti quegli scriteriati che sottovalutano quanto dannosa potrebbe essere la loro strafottenza. Ma, soprattutto, sbatterei quelle immagini sul grugno a tutti gli addetti alla comunicazione, agli anchorman, ai politici, agli esperti (tsè!) che, solo un paio di settimane fa, ci hanno coglionato con il tormentone “Il panico fa più danni del virus” dandoci il via libera per contagiare chiunque dovunque.
Purtroppo è andata così però, e di necessità bisogna fare virtù e convivere con la costrizione dell’isolamento. Problema che ognuno affronta a modo suo. Leggo e vedo sui social che la gente canta dai balconi l’Inno d’Italia insieme con tutto il vicinato, che qualcuno costruisce navi nelle bottiglie o ricama centrini, come ho visto fare a qualche commilitone durante il servizio di leva. Dubitando della sua mascolinità.
A me l’emergenza mi ha sorpreso fuori sede. In una Roma che, se puoi andare in giro a visitarla, val bene una messa, assai più che Parigi, ma che, se sei costretto a stare chiuso in casa, ingigantisce la malinconia del paesello.
In questi giorni, come tutti d’altronde, anche io ho dovuto raschiare il fondo della mia fantasia e del mio spirito di adattamento. Ho cominciato con i sudoku che mi ero portato appresso. Sono passato, una volta esauriti quelli, alle Settimane Enigmistiche (al plurale, perché ho scoperto di recente che stampano anche un’edizione mensile più ampia). Non ho tralasciato niente: non un rebus (nemmeno quelli a intarsio), non una cornice concentrica, non un bersaglio. Ho finanche unito i numeri con i trattini per vedere la figura che ne risultava. Ho riletto, poi, “La Sonata a Kreutzer” e i “Quarantanove Racconti”. Due dei libri che i miei figli si portarono quando lasciarono casa per andare incontro al loro destino (mi dà calore costruire nella mente il paragone con Enea che fugge da Troia) “rubandoli” dai ripiani delle librerie di casa, quasi a mantenere un legame fisico con la famiglia. Alla fine, però, mi son dovuto arrendere alla televisione, alla quale fino a quel momento non dedicavo che il tempo per ascoltare i notiziari “di guerra”.
E fu così che mi sono imbattuto, in trasmissioni diverse, alla intemerata di Lilly Gruber, spalleggiata da Massimo Giannini, nei confronti di Salvini che si era avventurato in una passeggiata per Roma, con fidanzata al seguito, alla furiosa requisitoria di Maria Giovanna Maglie contro Papa Francesco, il quale, anche lui a piedi, si era recato a pregare in una chiesa. Fin qui tutto in regola. Come dare torto alle signore? Tutto il mondo ha ingaggiato una battaglia senza quartiere contro un merdosissimo virus; nessuno ha idea di quanto tempo ci vorrà per debellarlo né di quante vittime lascerà sul terreno e questi due che fanno? In barba alle disposizioni emanate per arginare il contagio, anche per lo status di cui godono, se ne vanno in giro mettendo a repentaglio la loro e l’altrui vita.
Quello che convince meno, però, è l’incompletezza del messaggio che hanno dato. La domanda è: l’informazione che ci propinano i nostri media supererebbe l’esame di un alieno che sbarcasse oggi stesso sul nostro Paese? O, come dicono gli americani, sarebbe prudente comprare un’auto usata da queste due?
A turno conduttori/giornalisti storici di trasmissioni/quotidiani storici ospitati permanentemente nelle stesse trasmissioni e sulle pagine degli stessi giornali, tutti indifferentemente schierati da una parte o dall’altra, quale garanzia ci danno che quello che ci dicono e come ce lo dicono abbia rispetto della nostra intelligenza e considerazione delle nostre aspettative e della nostra esigenza di sapere ciò che veramente è?
Danno tutti l’impressione - quasi sempre confermata - che ognuno sia intraneo a uno schieramento politico-ideologico e che il giornale o il network nel quale svolgono la loro attività li abbia selezionati in base non al loro spessore professionale, alla loro esperienza, marcia in più ma alla loro appartenenza ideologica e per tutelare i suoi interessi. Tanti ragazzi venuti dal Brasile (vedi film) ognuno identico agli altri, tutti livellati, omologati, prevedibili, incapaci di volare alto, di andare contro corrente.
Nessuno che rischi il piatto di lenticchie pur d’essere vero. Libero, perdinci! Come Montanelli gambizzato dalle BR, come Biagi epurato dall’editto bulgaro, come Fallaci, Terzani. E mi fermo o finirei per aggiungere Tobagi, la cui sorte lo rende inarrivabile.
Nessuno che si ricorda della regola fondamentale delle cinque w, che insegnano in tutte le scuole di giornalismo per cominciare a fare, finalmente, un favore a tutti, loro compresi.
Una bonaria giustificazione per loro, però, ce l’avrei: un aforisma da me creato che, per modestia, dico essere di Ennio Flaiano.
Nessuno è padrone di se stesso, abbiamo tutti un padrone. Tutti meno mia moglie.

Autore: 
Sergio M. Salomone
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