Disturbo Oppositivo Provocatorio: Quando i “no” perdono valenza evolutiva

Mer, 08/07/2020 - 11:30
Diamo spazio all’età evolutiva

Sono tanti i genitori che si trovano oggi alle prese con comportamenti critici riguardanti i propri figli. Il tema dell’educazione, dei disagi che possono esprimersi in età evolutiva e delle strategie comportamentali per affrontarli, apre molte riflessioni su come essere genitori, quando i figli diventano “impossibili”.
In questo articolo, voglio parlarvi dei bambini che la letteratura scientifica identifica con l’acronimo DOP (Disturbo Oppositivo Provocatorio). Tale disturbo è essenzialmente caratterizzato da modalità comportamentali ostili, negativistiche e provocatorie nei confronti degli adulti che rappresentano l’autorità.
I bambini con disturbo oppositivo non riescono ad adattarsi e integrarsi; è caratteristica di questo disturbo il rifiuto delle regole e l’oppositività alle richieste provenienti dall’esterno. Anche se questi bambini vivono qualsiasi richiesta di adattamento alla realtà in maniera frustrante e avvilente, spesso ridono quando vengono sgridati e accusano apertamente gli adulti delle proprie mancanze, risultando molto irritanti. Provocano stanchezza, scoraggiamento e frustrazione in chi cerca di relazionarsi con loro. Hanno atteggiamenti di fierezza e orgoglio quando constatano il loro “potere”, ma questo, nella maggior parte dei casi, nasconde una bassa autostima, svalutazione e percezione di sé come immeritevoli d’affetto. Fin da piccoli, possono manifestare la loro oppositività anche tramite il cibo, rifiutandolo. Nella pratica clinica mi sono spesso imbattuta, in situazioni nelle quali i bambini comunicano attraverso il rifiuto del cibo, nella loro consapevolezza e sensibilità rispetto ai nodi critici della propria famiglia.
Visto il livello di stress e frustrazione vissuto, spesso ci si trova a rispondere ai comportamenti oppositivi con punizioni molto severe, rabbia o con regole ferree. Tentativi che, nella maggior parte dei casi, risulteranno fallimentari. Paradossalmente è meglio evitare l’imposizione aprioristica e autoritaria di regole, strategia che non deve apparire come un disinteresse o una resa, fraintendimento sempre in agguato, ma come un desiderio di reale sintonizzazione emotiva con il bambino e con le sue difficoltà. I comportamenti problema, possono essere modificati anche aiutando il bambino a comprendere e riconoscere le proprie emozioni, insegnando a sostenerle sempre e non a reprimerle.
È bene evitare il conflitto, anticipando e modificando le situazioni che per il bambino risultano difficili da gestire. Organizzare la quotidianità famigliare e scolastica attraverso contesti strutturati. La regola base, per evitare un comportamento oppositivo, è dare la possibilità di emettere un comportamento propositivo, rendendo partecipe e collaborativo il bambino in attività che lo interessano e in cui si sente efficace.
È importante anche conoscere la valenza evolutiva dell’oppositività fisiologica nei primi anni di vita e che si intensifica tra i due e quattro anni. In questa fase evolutiva, anche attraverso la comparsa della parolina “no”, il bambino inizia a prendere consapevolezza di essere “altro” rispetto alla propria figura di attaccamento. È una rudimentale modalità comunicativa, che il bambino adotta per delineare i propri confini relazionali; attraverso i tanto dolorosi “no”, i nostri bambini come dei piccoli sarti, cominciano a cucire la propria identità.
Per tali ragioni, l’oppositività può diventare risorsa evolutiva se il bambino e il sistema familgiare riescono a comprenderla e viverla come tale.
È solo grazie all’oppositività che riusciamo a diventare simili ma non uguali, anche se spesso è difficile distinguere un sano processo di separazione e individuazione da un comportamento patologico.
Quando l’oppositività viene messa a disposizione di un disturbo comportamentale, perde le sue specificità evolutive, e diviene per il bambino uno strumento comunicativo di probabili disagi, che provoca difficoltà e sofferenza anche nei genitori. Se tale modalità comunicativa non viene colta, e quindi compresa, si rischia di trasformare la richiesta d’aiuto del bambino in un grido sordo.
Risulta utile considerare la possibilità di un cambio di prospettiva della situazione problematica, considerando i comportamenti disfunzionali come un importante segnale di disagio che riguarda tutti, e non il singolo bambino o il singolo genitore. Solo vedendo e trattando il bambino come individuo competente, e leggendo i propri comportamenti come una disperata richiesta d’aiuto, sarà possibile comprendere la natura del malessere che attanaglia il sistema famigliare. Quando un genitore si sente svilito e sfornito di strumenti per affrontare tali situazioni, occorre prendere consapevolezza e coraggio per affrontare il problema, cercando un supporto specialistico alle proprie risorse. Il cambiamento di prospettive e strategie educative è un passaggio necessario per non adattarsi a una situazione che fa star male tanto i genitori quanto i figli.

Autore: 
Maria Rita Canova
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