Francesco Barillaro: un signore diviso tra calcio e amicizia

Sab, 28/11/2020 - 13:00

 

Questa mattina un amico, mi ha telefonato con le lacrime agli occhi per sfogarsi perché in pochi giorni ha visto morire Francesco Barillaro, una persona a cui era molto legato e perché era uno che molto ha dato a questo paese. La notizia è difficile da digerire, perché verrà iscritto come primo decesso causato dal “covid” a Siderno, ed in secondo luogo perché potrebbe aver pagato la grave situazione della sanità calabrese. Comunque questi sono aspetti che saranno presi in considerazione successivamente. Rimane il dolore, per l’amicizia e per la stima che chi scrive portava per Francesco che oltre ad essere parente di mio cognato Peppe faceva parte di una Siderno che ha sempre cercato di costruire perché voleva essere migliore. Anche per lui il sogno era riuscito quando riesci nella fantastica avventura di riportare il Siderno calcio in serie D, partendo appunto dalla terza categoria, nella intervista che avevamo fatto con lui nel 2007 e che riproponiamo. È un giorno triste per Siderno, perché tutti conoscevamo Francesco, una persona solare, sempre elegante, allegro ed amico di tutti. Un altro grande figlio di questa città se ne va.
Ripubblichiamo per ricordarlo un’intervista che aveva realizzato Angelo Letizia per “La Riviera” del 26 agosto 2007:

Quando parlo di calcio, i ricordi e le emozioni più intense sono tutte legate a Siderno, al Siderno, al gruppo di amici che dal nulla un giorno, spinti solo dalla passione e dall’entusiasmo, diedero vita a un’iniziativa unica, irripetibile, capace di coinvolgere e trascinare un intero paese, raggiungendo obiettivi mai più nemmeno sfiorati, con pochi ma essenziali presupposti: il rispetto dei ruoli, la fiducia l’uno dell’altro, l’attenzione rivolta soprattutto agli aspetti essenziali del calcio, alle condizioni fondamentali, a una precisa e puntigliosa organizzazione societaria, alla creazione di un parco giocatori solido e compatto, per la maggior parte composto da sidernesi, da gente orgogliosa di indossare quella maglia e rappresentare il proprio paese”. Queste le prime parole di Francesco Barillaro, l’espressione del pensiero dominante, più volte ricorrente nel corso dell’intervista, di un uomo di sport vero, di quelli che è raro persino scorgere e intravedere nella “giungla” calcistica odierna dei valori e degli ideali sportivi calpestati e sacrificati sull’altare della vittoria, un dirigente lontano dal calcio offuscato e oppresso dall’imprenditoria, dai manager, dal denaro che scorre a fiumi e che, inevitabilmente, trascina tutto in alto mare. Altri tempi, altra realtà quella del “suo” Siderno: “In pochi anni, una volta distribuite le cariche e assestata tecnicamente la società, si passò dalla terza categoria alla serie D, vincendo quattro campionato in cinque anni. Era il Siderno di Renzo Guerrieri, di Totò Lombardo, di Sasà Macrì, dei presidenti Vincenzo Galluzzo e Filippo Sgambelluri, un gruppo solido e unito. A me furono affidati i compiti più disparati, ero una sorta di segretario tuttofare con la voglia di apprendere e crescere di pari passo con la squadra e la società. Il Siderno di allora aveva nel suo DNA l’aspetto organizzativo, era un meccanismo perfetto, con persone come il medico sociale Michele Iannopolllo o il massaggiatore Pino Marando, a disposizione della squadra per 365 giorni all’anno. Tutti davano tutto.”. L’esordio da dirigente di Francesco Barillaro fu subito vincente e convincente: “Ci affidammo a dei giocatori inesperti ma di qualità, guidati da Martino Pedullà fino alla Promozione e poi da Franco Pavoni nell’Interregionale. Pur senza grandi capitali e privi di importanti figure imprenditoriali, ad eccezione di Vincenzo D’Agostino, una persona tanto preziosa quanto poco desiderosa di apparire, si raggiunsero risultati straordinari dal punto di vista sportivo, piazzando diversi giocatori nella nazionale dilettanti, tra cui Maurizio Cavallo, Lo Gatto, Napoli e Galati, ma anche in termini organizzativi, attraverso, ad esempio, la costruzione della tribuna coperta dello stadio Comunale. Consistente fu pure la spinta data per la realizzazione della pista d’atletica, così come il contributo per rendere di nuovo agibile il vecchio campo “Francesco Romeo”, fino ad allora in completo stato di abbandono. Allora c’era in paese grande fermento agonistico, lo sport dava soddisfazioni anche con la squadra femminile di calcio in serie A, la Juventus Siderno di Francesco Ruso, e la risposta della gente fu entusiastica. Di media, la domenica allo stadio si registravano 1.500 paganti, per un incasso annuo di 120-130 milioni di lire”. Un concetto viene spesso sottolineato con energia: ”Gli anni in cui ho lavorato per il Siderno sono quelli che ricordo con più piacere, quello che mi hanno formato sportivamente ma anche caratterialmente, dal punto di vista umano, consentendomi di migliorare professionalmente. Sono fiero della mia ‘sidernesità’, quella che a ogni mio rientro dopo un periodo di assenza mi porta ancora a percorrere con la macchina tutto il lungomare e a restare sempre ammirato di fronte a tanta bellezza. Le soddisfazioni sono arrivate anche altrove, ma il Siderno, quel Siderno, fu il modo migliore per iniziare la carriera”. Appunto, la carriera, quella di D.S. intrapresa anche grazie all’incoraggiamento e al sostegno di Mimmo Cataldo, l’uomo dei consigli e dei suggerimenti preziosi, l’amico sempre vicino: “E’ stato uno dei miei docenti al Supercorso di Coverciano per Direttore Sportivo e Direttore Generale del 1991-92, il primo organizzato in Italia, ed è lui che mi ha fatto capire quanto fossero importanti certi aspetti, come il rispetto delle regole e la disciplina, la necessità di puntare prima di tutto alla solidità e alla stabilità societaria, dando spazio principalmente ai giovani e ai giocatori del posto. E’ quello che ha cercato sempre di realizzare dovunque sono stato, al Crotone, al Potenza, al Parma, al Catanzaro, al Marsala, alla Nocerina, alla Salernitana, all’Avellino e al Cosenza, conseguendo risultati importanti, lanciando e valorizzando giocatori come Cristiano Lucarelli, Mascara, Fini, Colonnese, Negri, Accardi, Gioacchini, dalle cui cessioni le società hanno ricavato fior di miliardi. Questo è il dovere di un direttore sportivo, un ruolo gerarchicamente meno importante rispetto a quello di Direttore generale, senza gli incarichi di rappresentanza e il poter di firma di quest’ultimo, ma più vicino alle esigenze e ai problemi della squadra, il vero collante tra giocatori e dirigenza”. Poi uno sguardo al calcio attuale. Le parole sono chiare e amare: “La legge Bosman ha stravolto tutto, privando i bilanci delle società dei profitti derivanti dalle cessioni dei calciatori. La distribuzione iniqua dei proventi, in primis quelli televisivi, ha contribuito poi a creare ulteriori disparità tra grandi e piccole squadre. I molti interessi e la poca correttezza di alcuni personaggi hanno fatto precipitare del tutto la situazione. Al calcio ora serve trasparenza, occorre più moralità, onestà e lealtà. Ho sempre dato valore ai comportamenti, per questo sono fiero del fatto che in trent’anni di attività non ho ricevuto una sola sanzione né il minimo ammonimento: non sono in tanti, nel mio ambiente, a poter vantare la stessa cosa”. Dal calcio nazionale il discorso poi scivola su quello locale: “Dall’esterno la situazione non appare rosea, Ci sono tante difficoltà, mancano l’organizzazione e i programmi. Per Siderno, come per altri grossi centri della zona, l’Eccellenza non è abbastanza, si potrebbe aspirare a qualcosa di meglio. Una categoria superiore sarebbe un traguardo a portata di mano, a patto però di percorrere la giusta direzione, quella che va verso una soluzione che sia comprensoriale, globale, capace cioè di coinvolgere le varie società locali nella formazione di un’unica squadra che rappresenti il nostro territorio nel calcio di alto livello il nostro”. Magari con l’appoggio e l’abilità di Francesco Barillaro, viene da aggiungere: “Alcuni problemi di salute mi hanno tenuto lontano dal lavoro per parecchio tempo. Ora per fortuna va meglio, la malattia è alle spalle, e, con le giuste condizioni, potrei pure prendere in considerazione delle eventuali proposte di collaborazione. Sarei lieto di mettere la mia esperienza a disposizione di chi me lo chiedesse, a patto naturalmente che si tratti di un progetto serio, con una linea chiara, con un obiettivo, anche minimo, ma preciso. L’interesse e la voglia di calcio a Siderno non manca, lo testimoniano l’attività della Jonica Siderno e l’impegno di alcune società emergenti del settore giovanile, in particolare l’A.S. Fossa dei Leoni di Mimmo Romeo e la Juventina di Alfredo Fragomeni, è carente invece l’organizzazione, scarseggiano le risorse, gli imprenditori pronti a investire, le figure capaci di dare credibilità e peso a livello di Lega e Federazione”. E’ l’ora dei saluti e il gusto per i calcio, per le sue vicende, per i suoi contorni e gli aspetti più piacevoli, insieme a un pizzico di malinconia e nostalgia per i momenti di un passato brillante, emerge di nuovo in modo chiaro quando Francesco Barillaro affida il congedo ad un divertente aneddoto: “Vorrei chiudere con un episodio curioso, rappresentativo dello spirito, del modo di intendere e fare calcio del Siderno dei miei tempi. Eravamo a Bianco e in un albergo stavamo portando avanti le trattative per alcuni calciatori. Il nostro obiettivo numero uno era D’Angelo, un giocatore straordinario, per il quale però mi impuntai decidendo di non spendere più di nove milioni per il suo acquisto. Nonostante l’ottimismo, l’accordo però tardava ad arrivare, così il presidente Sgambelluri, un tipo di manica larga, decise di intervenire in prima persona. Mi disse di stare tranquillo, se la sarebbe sbrigata lui, mi rassicurò che per la somma stabilita, nove milioni, non una lira di più, avrebbe portato il giocatore a casa. In realtà conoscendolo, intuì subito che di fronte all’insistenza dell’interlocutore avrebbe alzato l’offerta, arrivando ai dieci milioni espressamente richiesti per la chiusura dell’operazione. Al termine dell’incontro se ne usci dalla stanza e venendomi incontro soddisfatto mi disse ‘A posto, D’Angelo è nostro. Quanto è costato? Dieci milioni e mezzo...’ “.

Allegati: 
Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
Rubrica: 

Notizie correlate