Francesco Cilea: il maestro calabrese che produsse opere destinate a lunga vita

Dom, 08/03/2020 - 12:00

Settant’anni fa moriva a Varazze (Savona) il maestro Francesco Cilea, nato a Palmi nel 1866. Il teatro Carlo Felice di Genova, tra gli spettacoli di punta del suo cartellone, ha inserito l’opera più nota di Cilea, “Adriana Lecouvreur”, che fu diretta nel lontano 1903 a Buenos Aires da Arturo Toscanini.
Il teatro Genovese ha messo in scena l’opera con innovativa regia e nuove suggestive proposte culturali. Il regista Ivan Stefanutti ha infatti deciso di ambientare l’opera non nella Parigi del 1730, dove la protagonista, personaggio storico di grande rilievo, era ammirata da Voltaire, ma nella Parigi della cultura Liberty, agli esordi nella società delle macchine del cinema muto e delle grandi dive che rivaleggiavano tra loro. Di conseguenza le scene sono ispirate allo stile Liberty e i costumi alla grandezza magniloquente di Vittorio Boldini. Niente candele in scena, ma nel primo atto appare un tavolo da trucco con opache lampadine che rischiarano un ambiente volto al nero e alla prospettiva di ansiose competizioni non solo verso la fama, ma anche verso le rivalità amorose di cui è intrecciata la trama dell’opera. Elettricità e innovazioni tecnologiche con qualche proiezione di figure femminili tornite dalle suggestioni del preziosismo estetico del tardo romanticismo. Una scelta, quella del regista, che è ovviamente rispettabile, ma che contestualizza i fatti narrati circa un secolo e mezzo dopo, in un’atmosfera di decadente conflittualità con l’azzardo di colori e di stile riscontrabile nelle gallerie di tombe e di cimiteri di cui sono costellate le città europee. Anche se poi la rivalità divistica tra attrici domina da sempre le scene di drammaturgie diverse.
Adriana, figlia di una lavandaia, esordì giovanissima alla Comédie-Française. Si racconta che interpretò 1.184 spettacoli, di cui 22 debutti assoluti. Ebbe come antagonista Marie Anne Duclos sulle scene e rivale in amore la principessa de Bouillon. Oggetto del contendere non solo il pubblico ma anche Maurizio, conte di Sassonia, che le giura certo eterno amore in una precaria fedeltà. Morirà, non ancora quarantenne, non si sa se per malattia o avvelenamento e il suo corpo non verrà seppellito in terra consacrata, come accadeva alle persone impegnate sulle scene. Un commosso Voltaire la commemorerà con parole indimenticabili: “Chi l’ha conosciuta come attrice la può giudicare dal grado di perfezione a cui era giunta, perché non aveva solo molto spirito, ma l’arte di rendere lo spirito degno di amore”. La sua biografia avrà una prima stesura teatrale a opera di Ernest Legouvè. Angelo Bosetto, che ha scritto un concreto saggio sul personaggio, parla di Adriana come anticipatrice del “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas e “La Tosca” di Victorien Sardou.
La trama dell’opera segue il filone del racconto per il teatro di prosa. Sulla bravura di Cilea fin dagli esordi i critici non fecero che lodare la squisitezza delle forme, la singolare varietà dei ritmi, l’eleganza dello strumentare, la sobrietà degli effetti, l’efficace pittura di ambiente e la finezza, se non la ricchezza, dell’ispirazione melodica. Ma le critiche poi si accentuarono contro il libretto di Arturo Colautti, che ritraeva i difetti e le scarse situazioni passionali. Alcuni criticano il fatto che la passione non vibra potente nei primi tre atti, ma nel quarto, il più bello dell’opera, si sprigionano emozioni intense e immediate che appassionano il pubblico. Massimo Mila, grande critico musicale, ebbe a scrivere che l’opera di Cilea “ha un alto valore estetico e risponde al bisogno popolare di coltivare la sfera del sentimento amoroso, con il rischio di appiattimento che  comporta una visione verista quando si priva dello spirito ideale ed etico che sostiene ogni espressione di arte autentica”.
Dopo la “Adriana”, interpretata tra gli altri da Enrico Caruso, Cilea e Toscanini entrarono in conflitto per il fiasco di “Gloria” (1907), alla Scala di Milano. Cilea poco aveva curato la partitura, Toscanini la eseguì lo stesso. Il tenore si era ammalato. Si creò un’ostilità insanabile. Nel 1947 Cilea, da Varazze, scriveva a un amico: “Non aspiro di ritornare alla Scala. Fintanto che c’è lo zampino di Toscanini meglio starmene lontano… e attendere”. Due brutti caratteri che all’effimero del quotidiano affidavano le ragioni musicali per passare alla storia.
Del maestro calabrese rimangono, nonostante le ostilità sopraggiunte di Toscanini, opere  destinate a lunga vita, accarezzate dal buon gradimento del pubblico e al gusto che è sempre un modulo del tempo. A Palmi, che gli ha riservato un mausoleo, Cilea regalò indimenticabili parole di affetto e di riconoscenza.

Autore: 
Matteo Lopresti
Rubrica: 

Notizie correlate