Gesumino Pedullà, un uomo “plasmato” con cultura e coraggio

Dom, 31/05/2020 - 11:00

Uno dei simboli di Siderno è la Scuola Media “Gesumino Pedullà”. Per me ha un valore affettivo particolare: è stata la scuola in cui ho studiato, e in cui sono entrata per la prima volta in veste di insegnante. Oggi, grazie al libro “Giro di vita”, scritto da Walter Pedullà, sono riuscita a ricostruire la vita di Gesumino, un’esistenza che, pagina dopo pagina, mi ha profondamente commossa.
Gesumino Pedullà nacque il 12 febbraio 1912 a Siderno Superiore; all’epoca Siderno Marina era un villaggio di pescatori e, come tutta la Calabria, era un paese povero sia economicamente sia culturalmente. Il nostro protagonista, chiamato Peppino (da Giuseppe, suo secondo nome) in famiglia e dagli amici, fu il primo dei sette figli di Salvatore e da Marcella Reitano. Di fisico gracile, la sua passione è sempre stata lo studio e la lettura; preferiva perdere ore di sonno pur di continuare a leggere. Leggeva, come se fossero scritti in italiano, testi in sanscrito; studiava senza sosta la lingua antica e quella moderna. Apprendeva facilmente e con la stessa facilità riusciva a trasmettere agli altri il suo sapere. Aveva talento e determinazione, per questo non cedeva mai alla stanchezza. La sua dedizione allo studio lo rendeva diverso dagli altri, ma lui sapeva celebrare la sua diversità con una disarmante autoironia. Dopo il diploma si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma, una volta terminato fu incoraggiato da illustri maestri a proseguire gli studi oltre la laurea: Nicola Festa l’avrebbe voluto come assistente a Letteratura Greca; mentre Niccolò Tuccio lo invitò a dedicarsi con lui alla ricerca sulle lingue indoeuropee. Purtroppo non poteva più fermarsi a Roma, il dovere lo richiamava in Calabria: doveva ritornare a Siderno per aiutare la famiglia numerosa. Così, ritornato a casa, iniziò a insegnare latino e greco presso il Liceo Classico di Locri; mentre il pomeriggio effettuava parecchie lezioni private, soprattutto gratis, agli studenti che vedevano in lui un fratello maggiore e, di notte, nella sua camera, continuava i suoi studi. Era un professore diverso dagli altri: riteneva che, alla base dell’insegnamento, dovesse esserci il dialogo con gli alunni; allo stesso tempo non aveva nessuna indulgenza nei confronti degli alunni fannulloni: dai suoi allievi esigeva la massima preparazione. In quegli anni, nei suoi occhi, si leggeva la malinconia di sentirsi prigioniero nel proprio paese e, quando guardava il mare, sembrava rasserenarsi, perché i suoi sogni sembravano più vicini. Tuttavia, quando andò via da Siderno, non fu per sua scelta, ma perché trasferito in un liceo del Lazio, punito per il suo essere un antifascista. Gesumino, in famiglia, con gli amici e a scuola, non faceva che esprimere la sua opposizione al regime che aveva trascinato l’Italia nel baratro della guerra e, spesso, si divertiva a raccontare barzellette contro il Duce. I suoi ideali e l’avversione verso il fascismo lo portarono a diventare un convinto comunista; così, dopo l’8 settembre 1943, entrò nella Resistenza con un ruolo attivo. Quell’intellettuale dal fisico fragile dimostrò di possedere un irriducibile coraggio nel difendere le proprie idee. Gesumino non ha mai detto a nessuno quello che aveva fatto in quegli anni, e quando ad Alatri (in provincia di Frosinone) appresero la notizia della sua morte, i comunisti gli intitolarono la sezione del paese in cui aveva formato alla resistenza una generazione di studenti liceali. Il suo era il primo nome nella lista di resistenti consegnata dai fascisti ai tedeschi. Durante una retata Gesumino e altri compagni furono catturati e portati in campagna, lasciati in un casolare a sbucciare patate in attesa di essere trasferiti nei campi di concentramento. Nella notte, però, Gesumino riuscì a scappare insieme a un amico. Furono braccati dai nazifascisti e protetti, oltre che dai domenicani del vicino convento, anche dai contadini. Nei momenti di maggior pericolo si rifugiava sugli alberi, dai quali scendeva solo dopo aver visto passare i nazifascisti; fece sempre di più di quello che il suo corpo poteva sopportare. Nel 1944 arrivarono gli inglesi, i soldati dell’esercito di Montgomery, che liberarono Alatri. Gesumino, felice e libero, progettò di ritornare a casa, ma a Siderno non arrivò mai. Durante il viaggio era contento, pur se con la febbre. Si fermò nel Lagonegro, dove viveva la sorella Lina, ma la febbre continuava a salire e gli fu diagnosticato il tifo. La malattia era grave, ma a Napoli circolavano i primi antibiotici. Purtroppo quelli che arrivarono nel letto di Gesumino, venduti come antibiotici dai napoletani, in realtà erano solo acqua. Intanto la febbre lo faceva delirare, chiamava compagni il fratello e la sorella. Non si rese conto di essere vicino alla morte; si spense a Lagonegro, in Lucania, il 16 settembre 1944, a soli 32 anni. I suoi resti, dopo 16 anni, ritornarono a Siderno e furono traslati nel cimitero di Siderno Superiore. Il professore Enzo D’Agostino ha scoperto che la scuola media di Siderno è diventata autonoma nel gennaio del 1953 e che verso la metà degli anni ’50 l’Amministrazione Comunale ha deciso di intitolare la scuola a Gesumino, mentre il collegio docenti aveva proposto un altro nome.
Un giusto riconoscimento nei confronti di un uomo che ha vissuto la sua vita in modo coerente, seguendo i suoi principi, valorizzando il sapere e trovando sempre il coraggio di esprimere il proprio pensiero.

Autore: 
Rosalba Topini
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