Glossario degli inglesismi adottati in politica ed economia (2ª parte)

Lun, 03/07/2017 - 12:40

La Spending review, consiste nella revisione della spesa pubblica, per riallocare le risorse secondo una graduatoria delle priorità degli obiettivi dell’azione pubblica. L’intento dichiarato è un’analisi dei capitoli di spesa per migliorare la gestione e il controllo della Pubblica Amministrazione (leggi in seguito PA). Di fatto, si è praticato un taglio alla spesa pubblica, considerato dai profani dell’economia un fattore positivo, però nient’altro è stato che il taglio lineare della spesa destinata ai servizi pubblici: sanità, istruzione, trasporti pubblici e tutte le prerogative di mantenimento del Welfare State (politiche rivolte al benessere dei cittadini). Dal 2006, ogni giorno i titoli dei quotidiani e i TG hanno fatto una campagna denigratoria sui vari settori della PA, dove a loro dire si annidavano i peggiori scansafatiche e lavativi, spesso anche assunti con concorsi dettati dal clientelismo. In effetti, grossi tagli lineari sono stati fatti nella sanità pubblica, nella scuola pubblica, nella ricerca scientifica, nelle pensioni, nei trasporti pubblici, ai dipendenti pubblici e ai loro contratti e quant’altro al servizio del cittadino, per favorire un riversamento della spesa a vantaggio di gestioni private o peggio ancora con l’obbligo di bandire gare di appalti a livello europeo per consistenti acquisti o affidamento di lavori e servizi pubblici a grosse corporations, multinazionali. Il Ministero dei lavori pubblici è stato smantellato (oggi, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per la gestione di investimenti pubblici, tagliati ai servizi di cui sopra e indirizzati alla realizzazione di grandi opere spesso inutili, decreto Sblocca Italia: TAV, TAP, Ponte sullo Stretto e così via), così come le Province che assicuravano opere di manutenzione e servizi sul territorio.
Il primo tentativo di razionalizzazione di spesa si verificò nel passaggio delle pensioni dal sistema retributivo a quello contributivo, dopo che il Tesoro ha abbandonato la funzione di emettere moneta dello Stato attraverso la Banca d’Italia, acquistandola a debito dalla BCE. Lo scopo nascosto di questa conversione pensionistica, ingrassare le grosse Assicurazioni, tramite un sistema sulle pensioni, prima integrativo e poi totale. Il “progetto” è stato sposato anche dal sindacato e dal partitone della c.d. sinistra centrista, con il ritornello “non ci sono più soldi per le pensioni e per gli stipendi dei dipendenti pubblici”, contemporaneamente la crisi del 2008, con il fallimento della banca Lehman Brother (Too big to fail, troppo grande per fallire), i cui derivati speculativi furono spalmati sulle banche europee e perfino negli enti pubblici, imbottiti poi di titoli tossici.
Si parlò di out sourcing, esternalizzazione di lavori e servizi prima svolti da impiegati della PA e poi affidati a cooperative o agenzie private, financo straniere. Le prime esternalizzazioni sono stati i bidelli, servizi di pulizie affidati a imprese private che hanno assunto lavoratori con contratti precari e a poche ore sottopagate, sono seguiti i fabbri, i giardinieri, gli elettricisti, gli idraulici, per le manutenzioni degli stabili pubblici, prima svolti da personale assunto con contratto pubblico. Poi fotocopie, cancellerie, arredi, acquisti editoriali per biblioteche e uffici pubblici, attraverso l’istituzione della CONSIP (centrale di acquisti per la PA), con il bando di gare a grosse imprese “amiche”, e del MePA (mercato elettronico della PA). Gli affidamenti di beni e servizi per gare di appalto hanno ucciso numerose piccole e medie imprese (PMI).
Il taglio della spesa pubblica ha bloccato anche il turn over, la sostituzione, mediante nuove assunzioni, del personale che ha cessato il rapporto di lavoro. Di fatto, con la revisione della spesa si è realizzato un taglio dei dipendenti pubblici nella PA, quindi, riduzione drastica del personale della PA e conseguentemente riduzione dei servizi pubblici ai cittadini. Anche il blocco delle assunzioni visto di buon occhio dall’opinione pubblica secondo il mantra del Pensiero unico.
Queste scelte effettuate dai governi degli ultimi anni non hanno realizzato alcun risparmio per le casse dello Stato, ma rispondono ai dettami della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Questi tagli non stanno a significare che la razionalizzazione della spesa vada nella direzione giusta, cioè per rendere più efficiente la PA, ma sono scelte politiche che incidono su servizi essenziali al cittadino e non sui privilegi di una becera
classe politica che destina risorse a grandi opere, spesso inutili, o a banche fallite a causa di prestiti concessi agli “amici” e non garantiti, o peggio, a speculazioni e sperpero dei risparmi dei cittadini. Abbiamo sentito parlare spesso della Troika a partire dal governo Monti, che ha introdotto con un decreto l’art. 81 (incostituzionale) sul pareggio di bilancio in costituzione -da cui la revisione della spesa non può prescindere e potrebbe essere meglio indirizzata- e che ha sostituito con un colpo di mano il governo Berlusconi, questo sia pure maldestro, ma pur sempre democraticamente eletto. Un governo che, secondo le notizie circolanti in quel periodo, stava degenerando nel malcostume e poco si interessava del rilancio della politica economica e industriale del Paese. Il che è vero, avendo emanato una miriade di leggi ad personam e grazie al potere mediatico “libertino”, Berlusconi, ha la responsabilità di aver cancellato il senso critico di due generazioni, con un palinsesto di modelli e di programmi spazzatura che hanno svuotato molte delle menti potenzialmente intellettuali del nostro Paese e che, invece, avrebbero potuto contribuire al suo ammodernamento.
Oggi, questo governo non trova una manciata di miliardi da investire nella creazione di posti di lavoro, mentre per salvare le banche spregiudicate trova invece 17 miliardi, di cui 5 e mezzo regalati a Banca Intesa, cui sono state vendute ad 1 solo euro le banche venete. Lo Stato si è accollato, invece, i crediti deteriorati che farà sanare dai contribuenti, mediante l’imposizione di altri balzelli. Per non dimenticare gli altri 20 miliardi tra bonus di 80 euro e bonus ai 18enni, che sommati fanno la “modica” cifra di 37 miliardi, una piccola finanziaria di un governo che avrebbe potuto certamente investire e rilanciare l’occupazione nel nostro Paese, dove la disoccupazione giovanile, in special modo al sud, tocca il 50%. 

Autore: 
Silvana Niutta
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