Governo Draghi e Calabria

Dom, 21/02/2021 - 11:00

Dopo due lunghissimi mesi di polemiche, tensioni e contorsioni verbali più o meno patetiche delle forze politiche, il 13 Febbraio scorso il governo Draghi ha giurato nelle mani del capo dello Stato. 
Sull’apertura della crisi di governo e sui connessi maldestri tentativi di ricucire una maggioranza, purchessia mediante estemporanea acquisizione di parlamentari, si è detto e scritto di tutto. Non merita neanche di ritornarci, anche perché, quando tutto sembrava volgere al peggio, il Presidente Mattarella - facendo  appropriato uso dei propri poteri - ha assunto una efficace autonoma iniziativa in grado di superare lo stallo politico istituzionale che si era determinato. 
È così nato un Governo tecnico/politico cui spetta l’immane compito di affrontare (e risolveRe) contemporaneamente e in tempi brevissimi tre gravissime crisi: la crisi sanitaria, che ha prodotto fin qui nel nostro Paese oltre novantamila morti; la crisi economica, indotta dal crescere tumultuoso del  debito e dal contestuale  crollo del PIL; e quella sociale dovuta alla vasta perdita  di posti di lavoro e reddito per larga parte della popolazione. Il tutto all’interno di una devastante crisi politica che “da tempo sta investendo molte società e i cui laceranti effetti  sono emersi durante la pandemia”, come ha detto il Papa nel discorso al corpo diplomatico l’8 Febbraio scorso.
E su questo ineludibile e delicatissimo snodo si gioca il destino del nostro Paese e, a più forte ragione, quello della nostra regione. 
Le forze politiche dovranno mettersi in grado di offrire al Paese una prospettiva democratica inclusiva e rispettosa delle diversità sociali e territoriali, delle opinioni di tutti ritrovando le ragioni dell’ascolto delle ragioni altrui a fine di sintesi virtuosa. Nel Parlamento prima ancora che nel Paese.
Non meno importante e gravoso appare poi il compito riservato alla politica Calabrese chiamata, nelle prossime settimane, al rinnovo del consiglio regionale. Il Next generation Eu, attraverso il Recovery fund, offre alla politica una irripetibile occasione di riappropriazione del proprio delicato ruolo di rappresentanza democratica, in rispetto all’art.49 della Costituzione che afferma che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Non c’è più tempo per personalismi e per la rappresentanza di interessi di parte perché è in gioco il futuro del Paese, l’Italia può ritrovare la via dello sviluppo a due condizioni: se si individua nello sviluppo sostenibile il futuro per le nuove generazioni e se si annulla la piaga dello sviluppo duale che affligge il nostro Mezzogiorno frenando la competitività del sistema paese.
Il riequilibrio delle aree in ritardo di sviluppo è infatti requisito e parametro ineludibile della verifica di coerenza con i rigidi obiettivi fissati dall’Europa e, dunque, non sembrerebbe esserci spazio per ulteriori dubbi e sgradevoli sorprese anche per il Mezzogiorno. 
Va tenuto presente in ogni caso che si farebbe grave torto alla caratura professionale dei componenti del Governo cui è stata affidata la responsabilità di definire il Recovery plan e portarne a conclusione esecutiva i relativi progetti, se ci si attardasse nella ricerca del presunto deficit di sensibilità meridionalista nella provenienza territoriale dei Ministri. In proposito va subito ricordato che, nella proposta approvata dal precedente Governo, alle aree in ritardo di sviluppo era stata riservata una quota del 40% del totale delle risorse disponibili - comprese quelle già destinate per finalità di riequilibrio da altra fonte comunitaria. 
Il rilevante  ammontare delle disponibilità programmate (in larga misura frutto del lavoro del ministro Provenzano) tuttavia, in mancanza della individuazione dei progetti  e delle relative modalità esecutive, non consentiva di valutarne nè l’impatto sui territori e nemmeno la verifica  dell’effettivo rispetto delle percentuali territoriali su ciascun obiettivo come richiesto dalla normativa comunitaria. E quest’ultimo dato per la nostra regione, impegnata in una difficile campagna elettorale, rappresenta una ulteriore possibilità di indirizzare al meglio quel flusso di risorse. Va infatti considerato che entro la fine del mese di Aprile contemporaneamente alla scadenza del termine per l’inoltro del PNRR italiano a Bruxelles, anche la nostra regione completerà il percorso elettorale e sarà così in grado di interfacciassi con le altre regioni e con il Governo centrale con rinnovati organi nella pienezza delle loro funzioni e potrà quindi esprimere il massimo impegno degli enti locali, delle forze sociali, delle istituzioni e dei centri di ricerca della regione. 
Non va, infatti, dimenticato che il buon fine del Recovery plan (la cosiddetta messa a terra dei progetti), si gioca in larghissima misura sulla capacità progettuale, attuativa e di spesa messa in campo dai territori. E questo decisivo obiettivo è alla portata delle nostre istituzioni, della ricchezza delle nostre università e centri di ricerca, dei sindacati e dei nostri imprenditori che competono sui mercati con prodotti di qualità annullando non secondari handicap che derivano dalla cronica insufficienza di infrastrutture materiali ed immateriali di cui altri territori sono ricchi. C’è una luce in fondo al tunnel e tocca a noi conquistarla. 

 

Autore: 
Mario Scali
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