Ho riletto "Horcynus Orca" ,il più gran libro del secolo scorso

Mer, 19/10/2011 - 16:55
Ho riletto "Horcynus Orca" ,il più gran libro del secolo scorso

  Sollecitato dal numero doppio de “l’illuminista” , rivista di cultura contemporanea diretta da Walter Pedullà con i saggi dello stesso Walter Pedullà, di Stefano D’Arrigo, di Stefano  Lanuzza, di Giancarlo Alfano, di Gualberto Alvino, Aldo Mastropasqua e tanti altri ancora, ho riletto Horcynus Orca e l’ho trovato, ancora, il più gran libro del secolo scorso. Protagoniste del romanzo sono le “femminote” e le “fere”, a me pare, e non “Hdrja Cambrìa, che è il soldato attorno a cui tutta la vicenda si snoda. Anzi è il poema delle “femminote” e delle “fere. Le “femminote” rappresentano la trasgressione, il “vivere la modernità”, forse, in modo inconsapevole e le “fere” il male gratuito e inconsapevole, ma non per questo meno grave, che hanno ragionamenti da uomini e sono difesi, nientemeno, da un gerarca fascista e, per ciò stesso equiparati al fascismo, quello più stolto ed arrogante, è, infine, l’epopea di un popolo, quello meridionale, per troppo tempo messo ai margini della storia. Il tutto con il loro linguaggio; un dialetto, non dialetto, una lingua gergale che diventa universale, leggendo il libro quella lingua non mi era sconosciuta, l’avevo ascoltata, chissà quante volte dai marinai del mio paese, e non solo da loro. La dea di tutto questo, l’arcana sibilla, la sirena di Omero, è “Ciccina Circè” , la “deissa” come la chiamava un vecchio e come la chiama lo stesso scrittore parlando in generale delle “femminote”, e poi altro protagonista del libro lo “scill’e cariddi” che diventa

entità epica e mitica, che rappresenta tutto un mondo, mondo “visto con gli occhi” piuttosto che per “sentito dire”. E poi “perché non c’è lido più lontano di quello  dove non si approda”. LPensate ad Omero, pensate all’Odissea, pensate ad Ulisse. Ecco allora che le “fere” non potevano diventare “delfino” troppo patinata la sua fama, troppo grazioso il suo nuotare, troppo elegiaco il suo nome, mentre “fera” rende più compiutamente chi, deliberatamente, prende di mira i “pellesquadra”: “Nella palamitara era a ogni levata un massacro di spada, palamiti, alalonghe e tonni, sbranate pezzo a pezzo e decapitate.  Le fere, per fargli sfregio ai cristiani, lasciavano le teste senza corpo, appese come trofei nelle maglie dove erano incappate, restando prigionieri, il collo offerto al carnefice: difatti, calatasi nella rete, la “fera” mozzava il capo alla sua preda vivaviva, quindi risaliva di fuori, impadronendosi del corpo e trascinandolo via. E la palamitara veniva a galla tagliuzzata, sfilacciata, macinata coi denti e con le unghie, con paziente, accanito rancore, con cristiana, intelligente malvagità di mente. A maggio, con i primi spada che s’affacciavano dalle Isole, filando ignari in coda alle femmine colle uova in punta, la loro palamitara era come un campo di battaglia, tutta un massacro di maglie squarciate e a brandelli.”le fere, dirà, più avanti Stefano D’Arrigo, a pag. 894, s’erano come imbalsamate a guardarsi e riguardarsi l’opera loro che, spassionatamente bisogna riconoscere,  non era opera ordinaria, di tutti i giorni, per fere africanesche e fere abitué dello scill’e cariddi, e nemmeno per fere oceaniche”  quando, addirittura, le fere, avevano attaccato l’orca, “Agonia lunga e dura: arrivarono i primi bazzicanti di carogne, i mangiatori di carne, quelli che non fanno differenze fra animale morto e animale scodato, che dentro magari sarà ancora vivo, ma fuori tutto lo dichiara morto e in via d’incarognirsi e fetere, fetere però, all’incontrario di tutti, non alla testa, ma alla coda.” Scriveva Vincenzo Consolo a proposito di Horcynus Orca che “Annotava Moravia da qualche parte che alla povertà e infelicità di una terra corrisponde ricchezza e felicità in letteratura, poesia e romanzo.”. Di converso, Walter Pedullà annota: “Forse è questo il vero “nostos”, quello che è alla base di ogni esistenza, il ritorno alla madre. Giustamente Gioviale vede l’opera di D’Arrigo dominata dalla nostalgia. Non è una scoperta, non si fanno più scoperte, se non quelle che arrivano dalle prove ulteriori prodotte dall’interpetre. La nostalgia è sentimento volto a cosa o persona o società perduta ed è desiderio di ciò che c’è solo nel passato: all’Italia del dopoguerra che ‘Ndrja Cambria si lascia alle spalle: al villaggio di pescatori dove la vita si ripete da secoli sempre identica o quasi (le lingue degli invasori, fenici, greci, arabi, normanni, spagnoli, francesi e piemontesi) alle civiltà mediterranee da cui provengono miti che puoi esaltare o irridere; alla famiglia e agli amici di gioventù coi quali hai condiviso giochi, credenze e passioni; a tuo padre e soprattutto a tua madre, all’infanzia, per non dire il luogo prenatale, liquido come il mare che è lo stesso di quando eri bambino e giocavi con le fere. E poi “la fera” mito che ha passioni umane che ha atteggiamenti umani, e lo “scill’e cariddi” anch’esso mito di una favolistica senza confini che è espressa con linguaggio ripetitivo, ma mai superfluo quasi ossessivo dove si riecheggiano parole usate dalle nostre parti. Ma l”a fera” a pagina 309 del romanzo: lo scrittore così si esprime: “La credenza che pagavano alla fera, né finiva col tempo né scalava con l’esperienza, perché con lei, se non era quest’anno, era l’anno dopo, ci potevano fondare, si trovavano punto e a capo, culoculo con l’ospedale. La conoscevano così, a rate mensili, come debito e imprestito, ipoteca e usura, come la credenza che di punto in bianco va quasi a spegnersi e si riaccende, e questo dà, accorante, il senso del suo essere inestinguiibile: tutta questa scienza ne avevano, come di un fondo di mare abissale dello scill’e cariddi, uno strafondo tenebroso, che i raggi del sole penetravano e illuminavano solo summo summo e che loro non sarebbero mai riusciti a scagliare, perché non gli sarebbe mai bastata la lena.”E poi la morte che incombe, ma non vince la vita,, che si piglia “baffettuzzi” a Ciccina Circè e le “fere” che dirigono l’orchestra “Le fere s’arcuavano tutt’intorno, e quelle accanto alle sponde, sembravano addirittura porgere la schiena ai remi, e tutti quei dorsi ondosi si vedevano splendere al buio come una orlatura bruna, di mare vivo, rifiatante, su e giù, ai bordi della barca. Quell’arrenamento di schiene, in aria in aria, era mossa di contrarietà nelle sonnambule, ma in questo Ciccina Circè c’entrava solo indirettamente, perché la contrarietà delle fere dipendeva dal fatto che quello squasso dei remi sulle sponde aveva ribellato il tintinnio della campanella, premurando a tal punto il dindin, che questo c’era addirittura quando si insordiva, e di tanti, le fere per dei momenti non le sentivano più uno.”

La fera deve essere “fera” e non delfino per potersi caricare di simboli erotici, per diventare “mito, la “fera” diventa smorfiosa o civetta per attirare l’attenzione di “Caitanello” è il caso della “mezzagiornara”, il padre di ‘Ndjia Cambria, quando “Caitanello” era ancora un “muccuso”,e non un “pellesquadra” ”ta luce gli batteva sulle spalle e si apriva al collo come due paraocchi luminosi che gli alteravano i connotati: perché, contrastata da quelle due bande di luce, la sua faccia sembrava la maschera della vecchiaia, tutta tagliuzzata da rughe e come imbrattata di fuliggini.”Da dove viene la meraviglia che ho provato davanti ad “Horcynus Horca? L’ammirazione è nata alla prima lettura ed anche nella paziente caparbietà con cui ho tentato di stanare le cause, scoprendo che tutta quella bellezza è frutto di un virtuosismo nel linguaggio e nella storia che si svela a gradi in un continuo crescendo che lascia senza respiro.

Straordinarie le pagine dedicate all’amore di Caitanello per la moglie l’Acitana” Così, a giudicare da Caitanello, sembrava che il mare della vita avesse svuotato d’ogni significato la morte di chi morì? Caitanello, seduto sulla riva, s’era messo a svuotare il mare con le mani?” E ancor prima”Il falcone senza ali volava con gli occhi sopra la cupa azzurrità di mare rigata dallo zigzag degli spada, dentrofuori, dall’amore alla morte: una lavagna d’acque, scheggiata dai ferri delle traffinere, incrociata dalle balenanti ombre delle lunghe aste, una lavagna schiumeggiante di salsedine, bava e sangue, la lavagna dove il destino di tutti si cancellava, si segnava, tornava a cancellarsi, a segnarsi, senza fine. E così la vita scorreva come il mare, col mare, il mare della vita senza sponde, e la morte, una morte, la morte di una persona, di un’Acitana, a questo mare di vita non ci poteva: i suoi poteri finivano sulla riva, ma il mare della vita dilagava anche a terra, anche a terra, nel suo flusso e riflusso, la cancellava un poco, la morte, la rendeva perlomeno indecifrabile.”La lunga notte di ‘ndrja Cambria somiglia molto alla lunga notte dell’Innominato, prima Ciccina Circè e poi il racconto, con lui protagonista, forse inconsapevole, aveva sentito tutto il delirio di Caitanello Cambria, suo padre, l’amore struggente della Acitana, con tutto il Granvisire e Ma signora invocato dal vecchio Cambria mentre se la pigliava con “nasomangiato” ”, “si fabbricava la vita dell’Acitana con le sue stesse mani, come chi tira fuori tabacco e cartina, si fa la sigaretta e se la fuma.” E ancor prima “Ti aspettavo, Nasodicane, ti aspettavo.Che novelle di dài di quella tale personella?” E dopo un po’ “E allora? Io pronto sono . Forza. Nasomangiato, fammi strada per dove tiene l’Acitana.”

Caitanello e ‘Ndrjia sembra che fanno di conto sulla loro vita e si accorgono, finalmente, che la loro vita sia stata un completo disastro. Che il vento dell’Universale e del cosmico non li ha neppure sfiorati. Si accorgono dell’inutilità eppure nel profondo sanno Caitanello e la “Ma signora” e ‘Ndrjia e la sua Ciccina Circè che non è stato del tutto inutile vivere. Caitanello sentendosi ribollire ancora sugli echi del “Granvisire” e ‘Ndrjia sentendo il lungo racconto del padre  al suo ritorno da militare con la mente rivolta all’avventura di una notte con una “femminota” che, cercava nel buio, di indovinare i lineamenti di ‘Ndrjia. L’uno e l’altra esploravano il suo corpo, nella lunga descrizione del suo ritorno e del relativo riconoscimento da parte del padre.

Poi c’è l’episodio di Don Ferdinando Currò, un “nonnavo”, che poi sparisce assieme ad agli “nonnavi” e che era una specie di visionario che dallo “spada”, possibilmente maschio, e dalle sue viscere, indovinava la stagione come sarebbe stata la pesca dello “spada”; aveva un nipote Anselmo che assieme alla moglie, Catina, lo accudiva. Finché Don Ferdinando Currò scomparve e Catina ed Anselmo trovarono la sedia vuota. I “pellesquadra” arrivarono a dire che lui e gli altri “nonnavi”, Sebastiano Schirò, Vito Imbesi e Cono Ritano, consapevoli del peso che c’era in famiglia, e che quello che loro mangiavano lo toglievano di bocca ai nipoti, hanno trovato

questa soluzione per scomparire ed alleggerire le loro famiglie dal peso della loro esistenza. Lo “scill’ e cariddi” li aveva degnamente sepolti

Ma ancor prima c’era stata la lunga notte di “’ndrjia” Cambria, che in una notte quanto era possibile vivere, prima con Ciccina Circè, una “femminota” che non guardava tanto per il sottile quando si trattava dei piaceri della “carne”, e poi, scoprendo il grande amore di suo padre per la “Acitana” sua moglie.

Horcjnus Orca è l’eterna lotta dell’uomo verso l’imponderabile: le fere, la guerra, la fame

Le fere rappresentano la parte più feroce, con le loro “manuncole”, il loro gma, gna, il loro sorriso beffardo. E’ un quadro surreale, dove le fere fanno ragionamenti, inseguono i “cristiani”, hanno sentimenti e pruderie, covano vendette e ci sono i “pellesquadre” che cercano, con non molto successo di fronteggiarle. E’ una lotta impari. I cristiani, pellesquadra sono destinati a soccombere, a soccombere con le fere, con la guerra, con le carestie. Ma il libro di Stefano D’Arrigo è altro, è poesia per esempio a pag. 637 “Quando rialzò la faccitta di oparella, faccitta di chi, l’animo sempre allarmato, nell’animo suo sempre scappa, la signorinella trovò il tedesco, che detto fra parentesi,doveva averne di barbaro coraggio, il quale le teneva gli occhi puntati negli occhi e piegava la testa di poco di lato, come cercasse un punto di vista da dove poteva apprezzare quanto si meritava, e intanto, con quel suo sorriso ormai stantivo e il braccio allungato in avanti, sembrava le dicesse: xci stringiamo la mano, signorina? Facciamo conoscenza?”

Solo a pagina 720 compare, per la prima volta, l’Orca, è compare per la prima volta assieme ad un fetore di morte. Lei che è immortale, si porta con sé il puzzo di morte” mentre gettava le sue puzze e queste, anche se venivano verso terra frammiste a quel fetore di carogna, d’ignota provenienza, che in parte si alterava, si sentivano lo stesso vive vive, col loro vomitevole sentore di sudorazione selvaggia.” Bisogna arrivare a pagina 722 per scoprire la piaga che emana quel puzzo ammorbante. Il primo che si accorge dell’enorme ferita, è Don Giulio Lilardo, un “pllesquadra” che aveva vissuto molto e parla di “Quello, di morte fete, perciò sentimmo quel fetore maligno: Fete, questo sì, ma quanto al morire, non ci fate assegnamento, d’immortale si tratta…”

Ma, forse,così Horcynus Orca è una grande metafora sull’immortalità del male; ed un male che si manifesta con la grande putrefazione di ogni cosa. “ e quando mai si ferma? Si può mai fermare la morte? (nasomangiato) nell’eccezione di Caitanello . Si fermano forse il sole, la luna? Può mai fermarsi , se la fatalità la vuole sempre in viaggio, sempre a dare morte e ancora morte?” Si va per tentativi perché l’opera, di Stefano D’Arrigo è così grande che si deve andare sempre per tentativi. L’opera è così grande, sconfinata che ciò che sembra non è e ciò che non sembra è.

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