I calabresi aspettano. Non si sa bene cosa, ma lo fanno.

Mar, 12/01/2021 - 18:00

L'epifania è la festa più adatta ai calabresi. Un popolo di belle speranze e di lunghe attese. I calabresi aspettano. Non si sa bene cosa, ma lo fanno. Quelli che non aspettano vanno via. Non per vigliaccheria, ma perché nessun fuoriclasse segna senza una squadra. I calabresi che non volevano aspettare e non andavano via imbracciavano la lupara. Era l'unico strumento che avevano perché difettavano dell'arma più potente. Quella cultura che non è solo la scuola, ma è la famiglia da cui provieni. E se cresci in un posto dove la violenza è l'unico modo per ottenere le cose non sai fare altro. In Calabria si aspetta. E si impara ad aspettare. Si aspetta che le cose cambino perché cambia il calendario. O per qualche forma di magia. Magari che cambi il governo, anche se il voto va all'amico del compare senza sapere neanche cosa propone. Si crede al malocchio e si crede di poterlo scacciare con gesti apotropaici e mistici. Si aspetta che qualcuno risolva la cose. In Calabria non si hanno diritti. Non si sa di averli. Inutile dire che non sapere di avere un tesoro equivale a non averlo. Quando i calabresi hanno un problema non hanno diritti, hanno favori da chiedere a "n'amicu". Bussano assoggettati e pregano per avere ciò che gli spetta. E questa non è solo una grande debolezza, ma un disastro genetico. I calabresi sono una specie antropologica a sé stante. Si piangono addosso. La lamentela del calabrese è un mantra, un fatto di dna, di appartenenza a un gruppo etnico: un fatto culturale. A colpi di "Ahia mia!", "E mannaia!", "E chi ndavimu u facimu!", si sta a guardare aspettando che qualcosa accada o che un santo intervenga. Ci si lamenta tanto e a tal punto che la lamentela stessa ha perso di significato, come tutte le cose che si ripetono all'infinito. Nell'atteggiamento vittimistico del calabrese c'è, come in ogni atteggiamento irresponsabile, il dare la colpa agli altri. Il calabrese non sa cosa sia la coscienza di sé e di conseguenza non conosce autocritica. Dei suoi guai c'è sempre qualcun altro che ha la colpa: u guvernu, il destino... Basta che sia una forza esterna e irresistibile che giustifichi il suo non poter far nulla. L'ineluttabilità degli eventi, il fato e la sfortuna sono i suoi peggiori nemici. Il calabrese non fa mai stronzate o errori: è sfortunato. È "amaru". Una malattia simile a quelle neuromuscolari, che impedisce qualsiasi azione. Quindi sta fermo. Aspetta. Che passi la sfortuna o che gli altri facciano qualcosa. Aspetta e si lagna. Non ha la coscienza del suo potere come singolo individuo facente parte di una comunità che, se consapevole, può cambiare le cose. Aspetta la befana. O che la sfortuna passi. La sfortuna che, egli non immagina, non è data dagli specchi incrinati. Ma dai cervelli incrinati. Domenico Ammendolea

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