I contadini di Melissa, un soggetto moderno che entra nella storia

Dom, 27/10/2019 - 18:00

Sono passati 70 anni dall’eccidio di Melissa e il 29 ottobre Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, il presidente della Regione, Mario Oliverio, parlamentari della Repubblica ed europei, il sindaco della cittadina Falbo, giornalisti e intellettuali saranno insieme a ricordare quei morti.
Un omaggio doveroso ma che da solo non basta.
Comprendo perfettamente che in un mondo in fiamme guardando nel telescopio della storia i morti del ‘49 sono meno d’un puntino sperduto nello spazio; una tra le tante stragi di contadini poveri che si sono consumate nel Sud!
Per i più, Melissa non è nulla!
E in effetti quei contadini presi individualmente non avevano nulla di speciale ma se avessero vinto la loro battaglia avrebbero cambiato la storia non solo della Calabria, ma del Sud e dell’Italia. Molti di loro non sapevano leggere ma, come portata dal vento, nelle loro casupole di pietra e nei loro villaggi si era diffusa l’idea che la Costituzione, appena approvata, parlasse a loro e di loro. E in effetti ne parlava eccome, oltre che all’articolo 3, all’art. 44 che vuole “equi rapporti sociali… e impone regole e vincoli alla proprietà terriera… e la trasformazione del latifondo”.
I contadini ci hanno creduto davvero!
E ciò rende i contadini di Melissa un soggetto moderno che entra nella storia. E siccome si semina una volta l’anno sono andati sui latifondi incolti per liberarli dai rovi e fecondarli con il loro lavoro, ritenendo che la Costituzione non fosse stata scritta per esser definita “la più bella del mondo” (anche se probabilmente lo è) ma per essere attuata.
Non erano una plebaglia piena di rabbia e bramosa di sangue ma una forza riformista consapevole di rappresentare la stragrande maggioranza dei lavoratori calabresi e di avere alle spalle un diritto sancito dalla Costituzione. Chiedevano la riforma agraria ed erano portatori di un progetto di Rinascita della Calabria.
Furono sconfitti.
Chi volle quell’eccidio, non lo fece per mera cattiveria o crudeltà personale, ma perché doveva dimostrare che nel Sud Italia, nonostante la Costituzione, la natura dello Stato non sarebbe cambiata. Che i rapporti di forza sarebbero rimasti identici e che le “forze dell’ordine” avrebbero avuto come compito precipuo quello di difendere un ordine sociale che in Calabria e nel Sud, pur cambiando negli uomini, sembra rimanere sostanzialmente uguale.
Per quanto possa sembrare una tesi ardita, è certo che quei braccianti rappresentassero la “Legge” mentre gli uomini in divisa e i loro mandanti erano dei fuorilegge. Come fuorilegge furono i severissimi funzionari e i magistrati, pronti a condannare chi rubava un fascio di legna, ma ancor più pronti a occultare la verità sulla strage.
La “legalità” nella storia del Sud sarebbe servita per cristallizzare i rapporti di forza e gli equilibri sociali esistenti anche quando questi collidono con la lettera e lo spirito della Costituzione.
Melissa è uno spartiacque nella storia della Calabria e d’Italia.
A Fragalà, sulle zolle di terra imbrattate del sangue dei contadini, per tanto tempo sono rimaste le prove del loro “crimine”: un campo mezzo arato e pronto per essere seminato, e un pero selvatico innestato.
Se quel grano fosse germogliato e quel pero avesse dato i frutti, i contadini, forti delle loro competenze e avvezzi al duro lavoro, avrebbero creato una nuova Calabria, un nuovo Sud, un’ altra Italia.
Furono sacrificati sull’altare del privilegio e con loro la Calabria e il Sud.
Qualche mese dopo centinaia di migliaia di braccianti prendevano il treno come un esercito in rotta. Nel giro di qualche anno diventarono milioni. La “Destra” li sconfisse, la “Sinistra”, pur celebrandoli, li abbandonò al loro destino. Ad attenderli a Torino o Milano le soffitte in cui si fittava un posto letto e i cartelli con la scritta “non si fitta ai meridionali”, “vietato l’ingresso ai calabresi”.
La sconfitta diventava razzismo!
Ed è razzismo voler spiegare il sottosviluppo del Sud come conseguenza di una presunta inferiorità etnica piuttosto che come effetto d’una sconfitta storica così come, con un’operazione mediatica di stampo razzista, s’è riusciti a criminalizzare la Calabria.
Gli agrari si spostarono prima verso Napoli per poi approdare a Roma e al loro posto oggi ci sono i ceti parassitari che occupano e gangli vitali dello Stato. Il potere vero è nelle loro mani e, oggi come ieri, in nome d’una presunta “legalità”, fanno strazio della Costituzione .
I contadini di Melissa non hanno avuto eredi e non hanno discendenti. Non sottovalutiamo la presenza di Landini a Melissa né quella di tanti autorevoli esponenti della “Sinistra” politica. È un segnale di grande sensibilità che però, come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, non può bastare.
Nel ‘49 il sindacato e le forze della Sinistra, hanno un impegno solenne verso il Sud che non mantennero. Rinnovarono solennemente quell’impegno durante la rivolta di Reggio e neanche questa volta fu mantenuto. Dopo 70 anni forse è giunta l’ora di saldare questo immenso debito verso la Calabria e il Sud. Lo vuole la Costituzione, lo pretendono quei poveri morti che avrebbero voluto solo un poco di terra da lavorare e sono morti da eroi.

Autore: 
Ilario Ammendolia

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