I moti di Reggio, anello di una catena chiamata “Strategia della tensione”

Dom, 12/07/2020 - 12:00

Ho vissuto la rivolta di Reggio Calabria vissuta dall’altra parte della barricata rispetto ai rivoltosi, con grande tensione e sofferenza e, ancora oggi, ho dinanzi agli occhi i volti dei manifestanti per “Reggio capoluogo” che, quantomeno nella prima fase, non erano fascisti e men che meno mafiosi, ma donne, uomini, giovani e anziani della città. Appartenevano a tutti i ceti sociali e sfilavano sul corso Garibaldi gli uni accanto agli altri: i professori accanto ai loro studenti, i pochi imprenditori vicini ai dipendenti, i professionisti con i disoccupati.
Un fiume di folla con decine di migliaia di persone che inizialmente chiedevano solo che Reggio fosse riconosciuta come il capoluogo della Calabria.
Tutto ebbe iniziò con le Elezioni del 7 e 8 giugno del 1970, quando per la prima volta s’era votato per la Regione. Furono elezioni noiose, sonnolente, marcatamente clientelari.
I risultati elettorali nella città e in Provincia di Reggio consegnavano, ancora una volta, una nettissima maggioranza di suffragi ai partiti di governo. Il PCI, dopo la sconfitta delle lotte per le terre, appariva sempre più come partito di apparato, senza alcuna strategia meridionalista.
Quindi non deve sorprendere se, alle Elezioni Amministrative di Reggio, la DC aveva conquistato ben 23 seggi rispetto ai 7 del PCI. In provincia i dati erano diversi, ma i partiti che si riconoscevano nell’area di governo avevano pur sempre un’ampia maggioranza.
A “Roma” si decise che Catanzaro doveva essere il capoluogo.
Una decisione, frutto di un accordo tra i maggiorenti calabresi dei partiti di governo, che Reggio visse come l’ennesima mortificazione della città e della democrazia e il “capoluogo” divenne così un piccolo fiammifero casualmente caduto in un pagliaio, ma in grado di sviluppare un pauroso incendio. L’ equivalente dell’offesa alla Vergine nei Vespri siciliani.
E infatti, un mese dopo, Reggio era un vulcano in eruzione non solo contro il governo, ma anche contro lo “Stato” Italiano.
Dopo le prime pacifiche manifestazioni di massa, già il 15 luglio comparvero le prime barricate che, a ogni manifestazione, crebbero di numero e, dal corso Garibaldi, si estesero ai quartieri popolari.
A presidiarle, la gente comune e, soprattutto, i più giovani.
L’appello alla lotta venne lanciato dal Comitato per Reggio capoluogo, presieduto dal sindaco della città Piero Battaglia, un democristiano, espressione della burocrazia cittadina storicamente egemone in città, che avrebbe voluto mantenere i “moti” nel perimetro della legalità e dell’ordine costituito.
Battaglia non riuscì nel suo intento di stipulare un “compromesso onorevole” col “Governo di Roma” che, in quel momento, non era in condizioni di dare risposte concrete ai manifestanti. Intanto la Sinistra, iniziando dal Partito Comunista, commise il tragico errore di sfilarsi dalla rivolta popolare snobbandola, con la consueta saccenza, come stupida contrapposizione di campanile o, peggio ancora, come una lotta per il “pennacchio”. I dirigenti del PCI e della CGIL non si accorsero che, sotto i loro occhi, si stava sviluppando l’ultima rivolta del Sud ridotto a colonia interna.
Non capirono che, grazie a quella rivolta, una “città invisibile” marcava la propria esistenza in vita e, contemporaneamente, i ragazzi delle periferie cittadine manifestavano tutta la loro voglia di esser protagonisti della loro storia.
La “diserzione” della Sinistra non è casuale, ma il frutto d’una progressiva scissione tra “apparato” e popolo dovuta alla mancanza d’una qualsiasi strategia meridionalista che non fosse la stanca e ingessata ripetizione della lucida analisi di Gramsci datata però di mezzo secolo. Inoltre, l’ondivaga, timida (e, in alcuni momenti, ambigua) presenza della DC, consentì ai neofascisti di inserirsi alla testa dei “moti”, in quanto disponibili a mettersi “fuori legge” e darsi alla latitanza così come fece Ciccio Franco, capo riconosciuto dei “boia chi molla”, e tanti altri insieme a lui. Non erano delinquenti. Molti di loro, che avrei successivamente conosciuto di persona, pensavano di reagire a un oltraggio contro la Città.
Intanto, alle manifestazioni pacifiche degli inizi di luglio, seguono le barricate, i sassi, le molotov, gli assalti alle federazioni del PCI e della CGIL respinti da gruppi di coraggiosi e determinati orgogliosi militanti. Anche la federazione del PSIUP si attrezzò per la difesa, mentre quella del PSI veniva data alle fiamme. Cadono le prime vittime: il ferroviere Bruno Labate, l’autista Angelo Campanella e tanti altri ancora.
La rivolta si inasprisce e diventa guerriglia urbana. Vengono mandati i carri armati a stazionare sul lungomare e, per la prima e unica volta nella storia della Repubblica, si registra l’intervento dell’esercito e l’impiego dei blindati per la rimozione delle barricate.
Seguono le bombe contro tutti i “luoghi simbolo” dello Stato: la Prefettura, la Questura, il Genio Civile, l’Intendenza di Finanza. La stazione centrale viene occupata da rivoltosi, così come l’imbocco dell’autostrada e il porto di Villa.
Vengono spiccati i primi mandati di cattura contro i capi dei “moti”, a cui i “guerriglieri” reagiscono dando l’assalto alle armerie cittadine.
A questo punto c’è il rischio concreto che i sassi e le molotov vengano sostituiti dalle pallottole e che la rivolta diventi guerra armata anche perché, nel frattempo qualcuno si muove nell’ombra e per fini diversi rispetto ai manifestanti, facendo “deragliare” dolosamente un treno a Gioia Tauro e provocando tantissimi feriti e la morte di ben sei persone. Uno strano incidente stradale, invece, provoca la morte di cinque giovani anarchici che si stavano recando a Roma con documenti scottanti da consegnare alla rivista “Umanità nuova”.
La rivolta si va trasformando negli uomini e nei fini.
Progressivamente cambiano i protagonisti e, dalle barricate, scompaiono i figli del ceto medio e della burocrazia reggina, non disponibili a rischiare il loro stato sociale e a mettersi “fuori legge”, ma restano ancora i ragazzi delle periferie cittadine. Tra i nuovi “protagonisti” i rampolli della ‘ndrangheta reggina che, come vedremo, avevano fatto già la loro inquietante comparsa nell’arena “politica” della città nel mese di ottobre, al seguito del principe nero Junio Valerio Borghese.
Rispetto al mese di luglio, già a fine settembre sono “altri” a dirigere i “moti” e a far in modo che la rivolta si trasformi in un anello, sia pure importante, della strategia della tensione iniziata con la bomba alla “Banca dell’Agricoltura”, che avrebbe dovuto avere come sbocco il golpe militare.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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