Il castello di Cleto

Ven, 21/06/2013 - 19:23

È ancora il verde dei nostri uliveti a fare da cornice all’antico borgo di Cleto (CS) arroccato sulle pendici del monte Sant’Angelo tra l’incessante gorgoglio delle fiumare del Savuto e del Torbido che fungono da confine naturale al suo territorio. Leggendarie le sue origini collegate all’amazzone Cleta, nutrice della regina Pentesilea morta, per mano di Achille, nella guerra da lei sostenuta in soccorso dei Troiani contro i Greci. Partita alla volta dell’Asia minore per recuperare il corpo della sua regina, l’amazzone si sarebbe invece fermata su questo sperone roccioso fondando l’omonima città le cui regine, dal suo nome, si sarebbero poi sempre chiamate “Cleta”. Rinominato  “Pietramala” , cioè “pietra cattiva, inaccessibile” ( “Solo le formiche possono salire a Pietramala” scriveva il Padula) durante l’occupazione normanna, nel 1862 il borgo venne nuovamente appellato Cleto.
 In corrispondenza della frazione chiamata Savuto dall’omonima fiumara, su per gli impervi gradoni scavati nella roccia, ci viene incontro il castello normanno con le sue possenti mura perimetrali  ben conservate, il portale di pietra risalente ai lavori di ristrutturazione del XVI secolo, le due imponenti torri merlate destinate una alla difesa, l’altra, nella parte inferiore, anche all’alloggio del feudatario dove tra l’altro fervevano lavori di filatura e di tessitura del lino e del baco da seta. All’interno, un’ampia cisterna in cui raccogliere l’acqua piovana, un’altra vasca  coperta forse destinata alle derrate alimentari. Ed ecco aprirsi davanti ai nostri occhi “la lupa”, una profonda voragine senza una via d’uscita all’interno della quale venivano gettati i condannati destinati a morte sicura o per la caduta oppure per fame. Spesso cruenta, infatti, è la giustizia del barone. Il suo occhio vigile controlla tutta la valle sottostante disseminata delle povere abitazioni dei contadini e degli artigiani sempre protesi a duri lavori, pressati dalle corvées e dalle esose tasse feudali. Ma c’era poi il giorno in cui il suono della campana si spandeva, martellante, nell’aria…e allora i valligiani si inerpicavano su per i gradoni rocciosi alla volta del tetro castello divenuto, adesso, unico rifugio e salvezza, le gole squarciate all’interno di un unico grido: “Li Turchi su sbarcati alla marina!”

Autore: 
Daniela Ferraro