Il coraggio della politica non è in vendita

Dom, 29/11/2020 - 17:30

Girolamo Tripodi, il Sindaco di Polistena, non era uomo di poche parole, parlava e diceva ciò che pensava, specie se si discuteva di mafia. Nel 1964, mentre annunciava lo sciopero dei braccianti e delle raccoglitrici di olive nella Piana di Gioia Tauro, qualcuno gli sparò contro e colpì l’automobile sulla quale si trovava. Due anni dopo, a Brancaleone, durante un altro sciopero, una soffiata ai Carabinieri presenti nell’occasione per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, permise il fallimento di un progetto delle cosche locali di eliminarlo. E ancora, nel 1968, durante un comizio politico a Roccaforte del Greco, un uomo, che si era fatto strada tra la folla per sparargli, fu bloccato dagli astanti prima che premesse il grilletto. Una vita segnata da continue intimidazioni e telefonate minatorie, ma mai nulla riuscì a fermarlo, tanto che negli anni novanta, contro la sua volontà, gli fu assegnata una scorta permanente delle Forze dell’Ordine per tutelarne l’incolumità seriamente compromessa. Un impegno politico, il suo, che portò avanti come Sindaco di Polistena, per ben 32 anni, promuovendo decine di manifestazioni popolari, convegni, incontri, riunioni del Consiglio Comunale, per delineare l’azione di contrasto alla criminalità organizzata, quando il solo parlarne era tabù. Tra queste iniziative fu clamorosa la richiesta al Prefetto di Reggio Calabria, perché adottasse misure di vigilanza e protezione nel cantiere di un’impresa edile che non riusciva a effettuare importanti lavori nella Casa Comunale. La ditta, perché rinunciasse all’appalto, aveva subito diversi attentati. Ebbene, la presenza delle Forze dell’Ordine a tutela del cantiere, dei mezzi e delle attrezzature, permise all’impresa di continuare e completare i lavori. Non solo. La protezione dello Stato convinse il titolare dell’impresa a denunciare l’estorsione subita, pari a 200 milioni di Lire, a fronte di un appalto di 5 miliardi. Era inarrestabile, il Sindaco di Polistena. Così come fu rilevante e determinante la sua testimonianza al “Processo dei sessanta”, De Stefano + 59, nel corso del quale furono ascoltati i primi cittadini dei Comuni della Piana di Gioia Tauro, i comandanti delle competenti Stazioni dei Carabinieri e i funzionari di Polizia. I sindaci negarono ed egli fu uno dei pochi a denunciare la presenza della ’ndrangheta in quel territorio. Nel suo impegno contro la mafia fu un fiume in piena. Non rinunciò a dare un prezioso contributo alla storica Conferenza “Mafia-Stato-Società” del 1976 e a quella successiva degli anni Ottanta, nonché alle conferenze satellite che si occupavano dell’importanza del territorio e della cultura nella lotta alla ’ndrangheta. Fu un politico combattivo e un vero pioniere nel contrasto al fenomeno mafioso. Deputato e Senatore Questore, durante la V, VI, X, XI e XII legislatura, dal 1987, fu anche Segretario della Commissione Parlamentare bicamerale Antimafia, firmando la relazione di minoranza contro la ’ndrangheta. Nell’estate del 1981, testimoniò in un altro processo, instaurato presso la Corte d’Assise di Palmi, contro 230 esponenti delle cosche mafiose della Piana di Gioia Tauro. Nel mese di luglio, pochi giorni dopo, come Sindaco di Polistena, nel corso di un Consiglio Comunale, fu duramente attaccato dal capogruppo democristiano, che lo accusava di aver «rovinato delle famiglie e criminalizzato tutta la cittadinanza, tant’è vero che Polistena è conosciuta a livello nazionale più di Gioia Tauro, come se il centro della mafia risiedesse nella nostra cittadina». Erano seguite alcune affermazioni e allusioni che non lasciavano dubbi e facevano comprendere che «qui si scherza con il fuoco». E c’era da crederci se il capogruppo in questione, coinvolto in numerosi affari sporchi, per sua stessa ammissione, era vicino al clan mafioso dei Longo, tra i più influenti della zona. Due modi di intendere e professare la politica diametralmente opposti e inevitabilmente in contrapposizione. Il sindaco è l’emblema di ciò che dovrebbe essere un uomo pubblico. Quando si parla di Mommo Tripodi torna alla mente un galantuomo d’altri tempi, nella più alta e pura accezione del termine. Legato da stima e amicizia, incontravo spesso quest’uomo straordinario, che consentì di far luce su un periodo di cui egli stesso affermava «le cosche erano 127 e quasi tutte concentrate nel reggino: un fenomeno criminale sul nascere. Oggi purtroppo la ’ndrangheta è ovunque, si è allargata a macchia d’olio investendo l’intera Calabria, il nord Italia, superando gli stessi confini nazionali… Ci si trova di fronte a un’organizzazione ormai solida e saldamente ramificata sul territorio e nelle Istituzioni». Mi chiarì perché, negli anni ’50, fu imposto agli affiliati di iscriversi al PCI e le ragioni dei criminali, negli anni ’70, durante la “rivolta” di Reggio Calabria. Alla domanda come potrebbe la politica contrastare la ’ndrangheta, rispose con solennità e fierezza «La parola d’ordine deve essere: La ’ndrangheta è il nostro nemico! L’unica strada è denunciare e non vivere nella paura. Questo per un politico è un preciso dovere».

Autore: 
Cosimo Sframeli
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