Il futuro è nelle mobilità dell’asino

Dom, 24/05/2020 - 11:30

Adesso qualcuno vede il futuro nei "paesi". Adesso, però, tutto è cambiato. Non servono vecchi slogan e nuove retoriche o operazioni strumentali. Servono nuove parole, nuove convinzioni, una "rivoluzione" culturale e politica. Adesso che tutto deve cambiare, proviamo a rileggere, contestualizzandole, analisi, riflessioni, proposte di tanti studiosi e intellettuali che negli ultimi decenni avevano messo al centro della loro attenzione e della loro azione i paesi, il paese. Forse, si troveranno motivi di attualità per guardare a domani con rinnovata persuasione e con progettualità politica.
Bisognerebbe riprendere, forse, le vie e le mobilità dell’asino, la figura emblematica della mobilità del mondo Mediterraneo. Riaprire le antiche “vie dei canti” cancellate da colate di cemento, gallerie e sopraelevate inutili, che spesso separano più che unire i luoghi. Bisogna ristabilire un patto con la terra, gli animali, i defunti. Riconsiderare le conquiste di una modernità che era utile e non violenta, come quelle dei primi treni. Riaprire quelle stazioni vive, affollate, mobili, di cui ha parlato Alvaro in “Un treno nel Sud” (1958), che avevano alimentato tante speranze, nuovi scambi, una mobilità a dimensione umana, che avevano svolto un ruolo positivo e che, poi, nel tempo, sono state trasformate in macerie, in luoghi deserti, dove nessuno passa, si ferma, scambia. Non abbiamo bisogno di chiudere scuole, ma di aprirle. Non chiudere musei e parchi archeologici, grazie a giovani e ragazze, diplomati e laureati, che vogliono un’attività produttiva e intendono fare per il bene e il patrimonio comune. Occorrerebbero grandi investimenti per interventi mirati alla tutela, valorizzazione, cura e difesa del paesaggio, dei paesi, degli edifici; un grande progetto di rinascita e di ricostruzione, che parta dalla messa in sicurezza dei centri, delle scuole, degli edifici pubblici, delle strade, delle abitazioni. Prevenire e non intervenire a catastrofe avvenuta. Questo presuppone sguardi totalmente nuovi, amorevoli, interventi immediati e progetti di lunga durata; capacità di creare nuove forme di socialità, nuove comunità resistenti, nuove reti e nuovi tessuti sociali; di aprirsi all’esterno. Collegarsi con “reti del ritorno”, esperienza di “restanza”, “comunità resistenti e resilienti” presenti in tutte le regioni d’Italia e di Europa.

Autore: 
Vito Teti
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