Il supermercato: idolo d’oro da abbattere per ritrovare sé stessi

Dom, 07/06/2020 - 13:00

L’epidemia l’ha dimostrato: il supermercato è il centro della vita della comunità.
Il Totem della nuova tribù.
È nel supermercato, o dinanzi a esso, che la folla s’è radunata in laica preghiera.
Se il titolare fosse uscito sulla porta annunciandone la “morte” vi sarebbero state scene di panico, di rabbia, crisi isteriche ed esistenziali.
La turba dei nuovi fedeli può vivere senza Chiesa, senza Municipio, senza ospedale, senza ambulatori, senza uffici, caserme e tribunali, ma non senza i nuovi luoghi sacri in cui si celebra il sacro rito quotidiano.
Riflettiamo un solo attimo: quanti si fermano a veder rifiorire la primavera? Chi va in estasi per i colori dell’estate o per la malinconica musica dell’autunno? Chi si alza a veder spuntare il sole e chi si sente toccato il cuore nell’ora del tramonto?
Oggi contempliamo in silenzio le confezioni di pasta, i colori degli involucri dei surgelati, la musica della carta stagnola, la bellezza dei formaggi, la soffice leggerezza dei tovaglioli mentre ci culliamo nel dolce sogno del cioccolato e ci avvolgiamo nella morbida crema del gelato.
Fosse vissuto oggi, Botticelli non avrebbe dipinto “La Primavera” bensì il miracolo d’un luogo senza tempo, dove mai entrano le tenebre o l’accecante luce del sole. Impenetrabile al caldo torrido dell’estate, al tempo umido dell’autunno e ai venti freddi di Tramontana.
Libertà” di scegliere un prodotto.
Eppure non c’è luogo sulla terra che dimostri l’irrazionalità della “civiltà” occidentale come un supermercato. È lì dentro che il mondo reale svanisce per far spazio a una visione artefatta  dell’esistenza.
Spariscono gli animali da latte e con loro gli allevatori, svaniscono i coltivatori di cacao, i raccoglitori di riso, i lavoratori della terra.
Vengono rimosse le montagne di plastica, l’inquinamento dei mari, lo sfruttamento dei bambini, l’inesorabile distruzione del pianeta.
Non c’è rapporto alcuno tra mucche e formaggio; tra albero e frutta, tra uova e galline, tra carne e vitello, tra povertà in Africa e tavolette di cioccolato, tra superalcolici e cirrosi epatica.
Tutto diventa merce da acquistare perché tutto è semplice, comodo, scorrevole, confortevole, soft, artificialmente colorato e ben confezionato.
E quando hai in tasca una carta di credito, Dio mio, diventi il padrone del “mondo”!
Sia lode al supermercato! Anch’io mi inginocchio dinanzi ai creatori della nuova chiesa universale e al suo dio vivente magistralmente esposto in ogni angolo del tempio.
E tuttavia non posso fare a meno di ricordare che nella mia infanzia e nella mia gioventù c’era il “mercato” di paese ma non il supermercato. Eppure siamo sopravvissuti.
Rivedo le confezioni a nido di passero e composte da felci intrecciate e traboccanti di fragole di bosco, di more di luglio, di funghi. Le sporte piene di pomodori, melanzane, peperoni, lattughe, che riempivano il mercato e gli spazi antistanti. Le montagne di frutta colorata. Le fave a maggio, i broccoli e i cavolfiori in inverno. Le ricotte nelle loro “fascine”, autentici capolavori di ingegneria contadina. I formaggi curati dalle massaie, le collane di aglio e cipolle, di “pomodori seccagni”. Le scope di saggina o di “brughiera”, i panieri di vimini.
Ogni prodotto conteneva una storia scritta da mani callose e da un volto rugoso che sostava accanto alla sua merce.
Un semplice pomodoro rappresentava una sintesi intelligenza, abilità, anche di durissimo lavoro ma mai alienante. E il mercato era un luogo vivo caratterizzato da mani che si stringevano, occhi che si incontravano, parole che si scambiavano, esperienze che si tramandavano. Ogni mattina si riprendeva il discorso interrotto il giorno precedente dallo stesso punto in cui era stato lasciato.
E ogni discorso durava una vita! Il “mercato” di paese non annullava le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, lo sfruttamento ma, nonostante ciò, lasciava in vita l’ Uomo” con le sue speranze e i suoi sogni.
Era un luogo umano almeno quanto il supermercato è alienante e disumano. La contadina, asciugata dal sole e affilata dal vento, era cosa ben diversa dalla commessa o dalla cassiera ben vestita, ma totalmente estranea alla merce esposta.
Non sono un nostalgico! Non inseguo il ritorno al passato e guardo con un misto di attenzione e prudenza alla filosofia della decrescita felice.
Ho solo tentato una semplice riflessione politica e, nella misura in cui ne sono capace, anche culturale.
“Mercato” e “supermercato” sono due filosofie di vita, espressione di due diversi mondi. Una antinomia tra fatica alienante e lavoro intelligente e umano.
Al mercato corrispondeva la “madre terra” da accarezzare coltivando gli alberi, pulendo i boschi, curando gli orti. Al supermercato corrisponde la terra percepita come oggetto di sfruttamento, quasi una “donna” da violare senza farsi troppe domande per il domani.
E io ancora sogno la rinascita dei nostri paesi caratterizzati da boschi vigorosi, alberi curati, orti ordinati, campi di grano color dell’oro.
E al posto degli antichi contadini, moderni produttori.
Possono la “politica”, la cultura, l’economia, le scienze sociali saltare a piè pari l’argomento?
Sicuramente no.
Oggi meno di ieri. Nella nostra Regione e nei paesi della Locride la “politica” è un misto tra sistematica denigrazione del “nemico”, supina accettazione dell’esistente, e ridicola rivendicazione di qualche opera pubblica. Dibattito sul nulla.
Noi abbiamo bisogno invece d’una “Politica” che progetti dal basso valorizzando le intelligenze che ci sono, stimolando la partecipazione, sostituendo l’impegno individuale e collettivo all’assistenza e alla rassegnazione.
Capace di operare a Canolo o a Gioiosa, a Reggio o Cosenza ma con lo sguardo rivolto al mondo.
Un'alternativa di civiltà, non un diverso governo nazionale o regionale e meno ancora una diversa ma uguale amministrazione comunale.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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