Il virus che ha fatto bene alla scuola

Lun, 11/05/2020 - 11:00

E così il 5 marzo si è abbattuto questo tsunami che nessuno mai si sarebbe atteso, sulla scuola italiana, e tutto è cambiato di colpo.
Dopo decenni di tentativi e sforzi e proclami e polemiche e battaglie e donchisciottismi, così, da un giorno all’altro, tutto il mondo della scuola si è trovato catapultato su un pianeta sconosciuto e ciao: chi s’è visto s’è visto.
Perché poi tutta sta cosa della didattica implementata al digitale, delle piattaforme, delle classroom virtuali, del ridimensionamento della lezione frontale è inserita nei paginoni ufficiali della didattica nazionale da gran tempo ormai.
Solo che, come è normale sempre, ma fatale in Italia, tra il dire e il fare ci stanno oceani e oceani di impedimenti di ogni genere, ideologici, tecnici, economici, culturali, politici, soprattutto umani. Epperciò nel 2020 come nel 1980, le classi italiane erano ancora fatte di banchi e sedie spaiate, rumorosissime, rigorosissimamente individuali, tutte rivolte verso cattedroni a volte ancora (per la felicità di Della Loggia) elevati su austere pedane di legno a sottolineare l’incolmabile distanza tra il docente, autorità indiscutibile, e gli allievi, continuamente in debito di merito, di impegno, di capacità, di educazione e quant’altro.
Ci sono stati, sì, investimenti, si sono spesi gran fiumi di denari per implementare tecnologie, il più delle volte chiuse a chiave in polverosi laboratori inutilizzabili per mancanza di personale tecnico, ma prima di tutto perché utilizzati come strumento di rappresaglia dai docenti, i quali li hanno sempre offerti come miraggio ai poveri allievi, i quali potevano forse accedervi per una sola volta all’anno e soltanto come premio dopo una faticosa maratona di dedizione e sottomissione.
Non tutti però, ché gli allievi Franti e Lucignolo non lo vedranno mai il laboratorio. Con i due classici risultati: a) che il Franti e il Lucignolo, frustrati da tali pubbliche umiliazioni, invocano aiuto a modo loro, con piccoli e infantili atti vandalici di protesta; b) che i mitici laboratori decadono in veloce obsolescenza senza possibilità né minima capacità di poter essere aggiornati, senza offrire neanche un barlume di nuove competenze alle generazioni scolastiche che passano davanti alla loro porta serrata.
Ci sono stati grandi investimenti per trasformare le classi con l’inserimento delle LIM, salvo poi diventare null’altro che macchinose e costosissime lavagne utilizzate nel tradizionale modo e dunque, in molte scuole, presto smembrate e neutralizzate.
E invece, da un giorno all’altro, la rivoluzione. La comunicazione tra insegnante e alunno si è trasferita d’un tratto sulla rete, si è multimedializzata e tutti hanno dovuto cercare una soluzione. Email, classroom virtuali, piattaforme di videoconferenza, sono diventate pratica quotidiana, per forza.
Le famiglie si sono trovate impreparate a questo maremoto, tutto il know how tecnologico concentrato da tempo soltanto su un uso social dello smartphone. Hanno compiuto sforzi eroici per colmare questo gap. Si sono rivelate attente e premurose verso i propri figli, mettendo in campo energie impreviste. Ma anche il personale docente ha dovuto fare salti mortali per adeguare il proprio metodo.
Questa è la prima buona notizia. Che, volenti o nolenti, tradizionalisti o meno, si è dovuti entrare in contatto con queste tecnologie e le loro funzionalità didattiche. Che, in mezzo ai mille sforzi, più di un docente ha visto balenare davanti agli occhi, fuggevoli miraggi delle potenzialità formative di certi modi inediti di fare scuola. Solo fuggevoli miraggi, sia chiaro, per lo più alla fine si è piegata, questa reticente tecnologia, a supportare la tradizionale lezione frontale, ma più di una fugace immagine ha scosso più di un movimentato sogno notturno di più di un insegnante d’Italia.
Una seconda buona notizia era ancora più inaspettata. Molti studenti, tra quei Franti e Lucignoli, si sono rivelati interessati e puntuali, capaci di concentrazione e dedizione, mentre proprio tra i vari promettenti e apprezzati scolari Derossi, primi della classe per competenze e conoscenze, si sono manifestate le più preoccupanti defezioni. Questo ci suggerisce una verità di pulcinella, che il contesto e l’ambiente sono una parte fondamentale delle nostre performances emotive e cognitive. Che chi è abituato a essere gratificato trova piacere nel far sì che si verifichi di nuovo la situazione gratificante. Che chi si è rassegnato a non meritare gratificazioni non trova risorse per far accadere il miracolo. Che, dunque, se si modificasse il contesto, forse molti irrecuperabili mostrerebbero di non essere più tali, cambiando il proprio destino scolastico. Che non è affatto poco.
Epperò c’è anche una notiziola non tanto bella, dall’altro lato della medaglia. Che molto di questo sforzo a cercare la gratificazione dell’insegnante, messo in atto dal Derossi, in un contesto che ipervalorizza la valutazione e la classificazione, finisce per deformare le motivazioni stesse dello studente. Che il suo interesse si sposta a livello epidermico, superficiale, del tutto svuotato dal reale interesse per la conoscenza, per la propria crescita e formazione e tutte queste belle cose di cui dice di essere fatta la materia stessa della scuola. E dunque, mutato il contesto, sparito l’insegnante, sparisce con esso l’interesse.
Il virus ha insegnato tante belle cose alla scuola. È stato un fantastico e inaspettato, unico, esperimento: neanche il più visionario dei registi del cinema avrebbe potuto pensarlo.
A settembre, o comunque, un settembre di un qualche anno prossimo, a scuola si tornerà. Finalmente insegnanti e compagni torneranno ad essere persone realmente presenti nella vita dello studente. La classe, luogo amato e odiato, la campanella, la ricreazione, gli scherzi, le urla, le ore di educazione fisica in cortile. Chissà cosa resterà di tutto questo.

Autore: 
Daniele Mangiola
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