Inchiesta “Angeli e Demoni”, Daniela Diano: “Non riesco a immaginare tanta perversione”

Dom, 07/07/2019 - 12:00

L’inchiesta “Angeli e Demoni”, riguardo gli affidi di minori in Val d’Enza, ha portato alla luce uno scenario che, se confermato, fa rabbrividire, e che lo stesso procuratore capo di Reggio Emilia, Marco Mescolini, ha definito davanti alla stampa  “umanamente devastante”. Parliamo infatti di bimbi che senza motivo sarebbero stati strappati alle loro famiglie e dati in affidamento, grazie a una vera e propria associazione a delinquere a cui avrebbero preso parte psicologi e assistenti sociali. Ne abbiamo discusso con la psicologa e psicoterapeuta sidernese Daniela Diano che da 38 anni opera nel servizio pubblico sociosanitario alle prese con minori e famiglie.
Da professionista cos'ha pensato appena ha appreso la notizia che suoi colleghi avrebbero manipolato le loro competenze a scopi criminali?
L’errore istituzionale e umano è sempre possibile e non è da sottovalutare, ma quando si parla di dolo o, come dice lei, di scopi criminali, la questione assume dei risvolti ancor più drammatici e francamente mi lascia incredula, non so se per un rifiuto mentale a immaginare tanta perversione. Altrettanto mi amareggia constatare la mole di processi sommari che in questi giorni vengono fatti agli assistenti sociali, agli educatori, agli psicologi. La spettacolarizzazione, il sensazionalismo parlano alla pancia ma non alla testa, alimentano paure e sospetti e francamente non credo che la nostra società abbia bisogno di questo, men che meno i tanti minori che si trovano in situazioni delicatissime.
Se possibile, mi piacerebbe, semmai, che da questa notizia si partisse per fare una stima delle necessità e delle carenze di risorse professionali e strumentali e anche di formazione nel campo dell’assistenza, della protezione, cura e prevenzione dei maltrattamenti e degli abusi sui minori e dell’assistenza alle famiglie fragili. E che da questa analisi si potesse partire per attrezzare i territori, specialmente al Sud. Da anni stiamo tentando inutilmente, in questa zona, di costruire un servizio affidi e ancora non ci siamo riusciti. Si fanno i famosi Piani di Zona che dovrebbero dare risposte ai bisogni assistenziali del territorio ma non si finanziano i servizi che a questi piani dovrebbero dare attuazione concreta.
Si è parlato di torture psicologiche finalizzate a inculcare nei bambini convinzioni inesistenti. In che cosa consiste il c.d. lavaggio del cervello?
Far credere ai bambini che abbiano vissuto alcune esperienze è possibile ma richiede una serie di accorgimenti lessicali, le cosiddette tecniche induttive, in cui un'informazione falsa si lega a una vera. Facciamo un esempio: "ricordi quella volta che sei caduto con la tua bici di colore rosso (evento vero) e poi la mamma ti ha detto che non ti avrebbe più fatto andare in bici (evento falso)?". È però possibile, nel contesto giudiziario, esaminando il narrato videoregistrato e trascritto, distinguere, attraverso alcuni indicatori, il racconto di fatti realmente esperiti da quelli non realmente vissuti, a patto che si siano adottate accuratamente e correttamente le tecniche dell’intervista, com’è il caso della “step wise interview”. Sappiamo, anche grazie alle tecniche di neuroimaging, che esistono diversi tipi di memoria, che la memoria autobiografica o episodica è diversa dalla memoria semantica e che la memoria traumatica si fissa diversamente dalla memoria di fatti non traumatici e questo fa sì che i fatti vengano rievocati con modalità differenti a seconda che si tratti dell’una o dell’altra.
I falsi ricordi di abusi, che oggi fanno sentire "sporche" le piccole vittime, in che misura incideranno nella costruzione del sè e del proprio vissuto?
È vero: il vissuto di disgusto e di indegnità è tipico delle vittime di abuso sessuale ed è una vera tortura convivere con questo concetto di sé. In generale, non c’è un automatismo assoluto e universale che possa far prevedere gli esiti psicopatologici delle esperienze avverse. Quello che sappiamo è che le esperienze sfavorevoli infantili sono associate al 44% delle psicopatologie durante lo sviluppo e al 30% negli adulti e sono le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età. Il DSM-5, che è il manuale diagnostico-statistico mondiale dei disturbi mentali, individua 53 disturbi per i quali viene riconosciuto il ruolo eziologico dello stress e del trauma infantile. Il rischio aumenta col passare del tempo, anche per effetto del meccanismo dissociativo con il quale la mente umana fronteggia situazioni ingestibili e che poi va a diventare parte integrante della personalità, perciò, quanto prima si interviene, tanto più si riduce la possibilità che questi stati mentali cronicizzino.
Tra gli affidatari, sembrerebbero esserci anche persone con problematiche psichiche e con figli suicidi. Questo estremo pressapochismo, se dovesse rivelarsi veritiero, non rischia di demonizzare l'istituto dell'affido? E in che misura la categoria degli psicologi ne esce screditata?
L’affido è uno strumento fantastico per le situazioni in cui si rende necessario allontanare il minore dalla famiglia d’origine e per deistituzionalizzare i minori che ancora risiedono nelle strutture di accoglienza. Vi è da dire che l’allontanamento del minore è l’estrema ratio: è una misura utile per tutelare i bambini dai rischi connessi alle condotte gravemente disfunzionali e pericolose dei genitori, ma anche per consentire loro uno sviluppo sereno e armonico. Anche qui sgomberiamo il campo da alcune sciocchezze: non è che l’assistente sociale si sveglia la mattina e preleva bambini per depositarli da una famiglia all’altra! L’affidamento, sempre motivato e documentato, viene ratificato, quando vi è il consenso dei genitori, dal Giudice Tutelare presso il Tribunale Ordinario e, quando manca il consenso dei genitori, è disposto dai Giudici del Tribunale per i Minorenni.
Il minore, dal canto suo, ha diritto a crescere ed essere educato anzitutto nella propria famiglia e certamente, se vi fossero delle buone politiche di prevenzione e di sostegno alla genitorialità si farebbe meno ricorso all’allontanamento ma, ripeto con tristezza, non ci sono i mezzi e per “mezzi” intendo risorse umane, psicologi, educatori e così, a volte, si passa dall’affido temporaneo all’adozione, proprio perché non si investe abbastanza sul recupero delle competenze genitoriali neanche nei casi in cui questo sarebbe possibile. Nella mia esperienza, una volta messo al sicuro il bambino, com’è doveroso e giusto, ci si dimentica di rimuovere le cause che hanno portato alla necessità di allontanarlo dalla sua famiglia. 
Il rispetto delle regole è un principio di tutela anche per gli operatori, che adesso sono genericamente sotto il fuoco incrociato di quanti, alcuni in buona e altri in malafede, sparano nel mucchio, ma ingiustamente, perché si mette in discussione la professionalità di tanti. Se vi sono delle responsabilità in affidi mal gestiti, queste sono personali, mai categoriali. E anche senza scomodare la fattispecie dolosa, le dico che quando si maneggia, mi passi il termine, materiale così delicato non si può agire con leggerezza. Occorre un’attenzione maniacale da parte dei servizi. Anni fa mi è capitato di indagare sull’abbinabilità tra una bambina e una famiglia che si era offerta di prenderla in affidamento etero familiare (per inciso: dobbiamo pensare che non tutte le famiglie sono adatte a tutti i bambini in stato di adottabilità o di affidamento e pertanto occorre studiarne bene le caratteristiche) e in quella circostanza venni a scoprire che il candidato affidatario, anni prima, aveva subito una condanna per atti di libidine su un minore. Era evidente che l’assistente sociale non ne era al corrente, ma s’immagina in che situazione, anche se involontariamente, avrebbe cacciato la piccola? Dunque: è gravissimo se le relazioni sociali riportano alla magistratura informazioni preconfezionate, come sembrerebbe essere accaduto in Val d’Enza, ed è altrettanto grave quando non vanno a fondo nel rilevare e indagare a 360 gradi.
Ora che il caso è esploso e probabilmente gli indagati, se saranno ritenuti colpevoli, saranno puniti, cosa ne sarà di quelle piccole vittime? Si potrà rimediare al danno arrecato?
Anche qui, è buona norma non generalizzare. Qualora l’impianto accusatorio dovesse rivelarsi corretto, sarebbe bene effettuare sui minori coinvolti una valutazione molto accurata di eventuali danni di carattere psichico e/o di compromissione delle funzioni mentali, perché ogni bambino è un bambino a sé e i gradi di resilienza  variano dall’uno all’altro. Solo dopo aver inquadrato tali aspetti soggettivi si potrebbe procedere a trattamenti riparativi mirati, con l’aiuto di specialisti qualificati e con un accompagnamento psicosociale di sostegno alle vittime, sia minori che adulti.
Come potranno quei bambini tornare a fidarsi di chi offrirà loro assistenza psicologica dopo essere stati ingannati? E come potranno cambiare opinione sui loro genitori?
Il nostro compito non è quello di indurre opinioni, né in un senso né in un altro, ma quello di accompagnare i soggetti eventualmente manipolati alla ricerca dell’autoconsapevolezza e alla ricostruzione, lenta e paziente, della capacità di riconoscere dall’interno ciò che è bene e ciò che è male per loro. Fondamentale, in questo processo di risanamento, è la relazione tra il terapeuta e il piccolo paziente: quando la fiducia di base è stata duramente minata, i bambini, oltre a perdere l’autostima, imparano a non fidarsi più di nessuno e si aspettano sempre che gli altri siano malevoli verso di loro, quindi la loro sentinella mentale, che sappiamo essere localizzata in un’area del cervello detta “amigdala”, è sempre in allerta e riesce a neutralizzare anche le operazioni di buonsenso, i processi di riflessione e critica costruttiva. In fondo, cosa c’è di più sicuro che tenere sotto controllo tutto e tutti quando sai che la fregatura è dietro l’angolo? Occorre conoscere bene i meccanismi della mente traumatizzata nel prendere in carico questi bambini. Elaborare la fiducia tradita è un passaggio necessario, perché il minore si possa rendere conto di cosa ha reso possibile che ciò accadesse, redistribuendo le rispettive responsabilità, ma ancor più necessario è costruire un contesto relazionale io-tu improntato alla massima onestà e trasparenza, sapendo per certo che per molto tempo saremo noi a essere sottoposti a prove e verifiche e solo quando le avremo superate potremo dire: “ok, adesso iniziamo la risalita!”

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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