Intervista ad Eufemia Valeri «i risultati arrivano se c’è la voglia di provarci»

Sab, 11/05/2013 - 11:45
Una “lotta” per far comprendere molti settori nuovi dato che a prevalere è ancora l’incomprensione verso le idee che vanno oltre il solito. L’individualismo la fa da padrone “uccidendo” ogni tentativo di fare rete.

Comunicazioni difficili tanto quanto la reperibilità dei materiali e, come se non bastasse, i giovani piuttosto che provare a rimanere decidono di trasferirsi in altre regioni, se non addirittura in altri Stati. Con Eufemia Valeri, imprenditrice di Marina di  Gioiosa Ionica, si è parlato di quello che significa lavorare in un territorio in cui i risultati arrivano se a trainare tutto c’è la voglia di provarci.  L’azienda paterna, nella quale ha iniziato a lavorare dopo il diploma, è stata avviata nel 1983, quando il padre ha deciso di tornare da Torino e investire nel suo paese di origine, si occupa della produzione e distribuzione nazionale ed internazionale di abiti per gli sposi e da cerimonia. A questa attività Eufemia ha aggiunto nel 2008 l’organizzazione di eventi, principalmente matrimoni, fondando con le socie, Stefania e Chiara, un’agenzia di wedding planner. «La difficoltà principale, riferendomi all’azienda di mio padre, è l’approvvigionamento della materie prime. Tutte le aziende di questo settore si trovano da Roma in su, quindi le difficoltà sono tante! Negli anni con internet la situazione è migliorata e adesso riusciamo a contenere i costi. In Calabria le poche aziende che ci sono non riescono a rispettare i tempi stabiliti per la consegna del materiale e spesso accade che tutto diventi approssimativo. Mentre per l’organizzazione di eventi, già di per se un’attività non molto facile,  cercare di svilupparla in un territorio un po’ più lento a recepire le novità è un lavoro ancora più complicato».
E poi c'è il problema dei collegamenti con il resto di Italia e del Mondo. «Per arrivare a Roma o in un’altra città, soprattutto noi della Locride, dobbiamo prevedere un’ora in più per raggiungere una stazione o un aeroporto. In termini di costi e di tempo questo ci penalizza molto».
Confessa che con la famiglia alcune volte si è pensato di andare via da qui, ma a prevalere sulla scelta finale è stata la voglia di rimettersi in gioco. Per l’imprenditrice una dinamica che proprio non ha un senso è quella che porta i giovani, che si formano in università di altre regioni italiane, a voler rimanere lontano dalla propria terra investendo, magari, altrove. «Pur nella consapevolezza delle tante difficoltà nel rimanere qui a lavorare credo comunque che ne valga la pena. Mi sento di dire che se fossimo in tanti le difficoltà diminuirebbero. I fondi ci sono, ovviamente utilizzabili per il lavoro, non certo per destinarli ad altro». In questa situazione di crisi globale è inevitabile soffermarsi sul rapporto con le banche, rapporto che, anche per Eufemia, è cambiato. «Ho avuto sempre la fiducia degli istituti bancari, ma ora cerco di utilizzarli il meno possibile, proprio perché c’è  meno elasticità. Negli ultimi anni tutto è stato ridimensionato ed anche l’accesso al credito non avviene più negli stessi termini. Credo che, con maggiore oculatezza, le banche dovrebbero essere dei canali in grado di agevolare lo sviluppo delle “idee buone”, facendo crescere il territorio, dando una chance soprattutto alle persone oneste, che sono la maggior parte». Idee buone, idee di sviluppo che, in un territorio come questo, dovrebbero essere sicuramente maggiori. Molti sono i settori su cui investire ma che, in tanti anni, non hanno invece ottenuto la giusta espansione. «Tra tutti il turismo che qui di fatto non c’è. Abbiamo solo, permettetemi il termine, il “turismo della  soppressata”! Persone originarie del territorio che abitano altrove, le quali, in estate, vengono ospitate dai parenti, senza quindi nella sostanza apportare nulla di buono alla zona». Un turismo che, per l’imprenditrice potrebbe essere tanto altro,   valorizzando il patrimonio storico-culturale. Obiettivo ancora non raggiunto nonostante le scuole che potrebbero preparare i ragazzi a questo lavoro. «Ed è proprio ai ragazzi che forse manca la voglia anche di inventarselo un lavoro, mi sembra che sia più di moda attendere il “piatto pronto”, piuttosto che impegnarsi in qualcosa. Dopo diplomata ho superato l’esame di ammissione all’istituto di moda Marangoni, poi parlando con mio padre abbiamo deciso di rimanere qui. Lavoro da quando ho diciannove anni, ne ho quasi quaranta e non mi sono mai pentita della scelta che ho fatto. Siamo stati anche fortunati ottenendo dei finanziamenti tanti anni fa. Finanziamenti che non abbiamo avuto per l’apertura dell’agenzia, perché il progetto non ha convinto. Ma abbiamo proceduto lo stesso e, con le mie socie, abbiamo avviato l’attività, per la quale ancora tanto si deve fare». Un lavoro da incrementare per il quale il vero blocco sono i fornitori che spesso non capiscono il senso stesso dell’agenzia. Una “lotta” che accomuna molti settori nuovi. A prevalere è ancora l’incomprensione verso le idee che vanno oltre il solito. L’individualismo la fa da padrone “uccidendo” ogni tentativo di fare rete. «Ci guardano come un ulteriore ostacolo alla riuscita di un evento. I nostri clienti tipo sono sposi di origine calabrese che vivono altrove, ma che si sposano in zona. La gente di qui non ci contatta, perché forse non si è capito bene il valore aggiunto che possiamo dare».

Autore: 
Emanuela Alvaro
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