La rosa di Emma

Lun, 28/10/2019 - 16:20
I frutti dimenticati

Riprendiamo il percorso sulle rose antiche, non in chiave scientifica, perché non ci sarebbero le competenze, ma semmai sotto il profilo antropologico, riferito a territori che hanno perso ormai o stanno perdendo in via definitiva il senso di appartenenza a mondi ormai marginalizzati, che basavano il loro spirito identitario sui principi sani ed essenziali della vita.
Il breve percorso odierno ci porta ad evidenziare, nel caso, momenti dei nostri territori nelle fasi difficili del periodo fascista e nell’immediato dopoguerra, dedicato alla mia amica” Emma” Tempesta.
In verità quando era nata, a Canolo nel 1929, le avevano dato il nome di Stella in quanto era bella appunto come una stella, ma già a due anni cominciarono a chiamarla Emma.
Aveva amato fino allo spasimo il papà Giuseppe esempio luminoso  per la sua vita ed in maniera protettiva la sua dolce madre Iannelli Maria Grazia.
Il padre Giuseppe Tempesta era nato a Ferruzzano nel 1904 e quando il  suo genitore emigrato in America non si fece più sentire, egli cominciò a cercare il modo di sopravvivere in altre comunità e capitò a Canolo (naturalmente non la nuova) e qui si sposò.
Egli era forte e generoso, incapace di sottostare a prevaricazioni, specie da parte dei potenti ed agli inizi degli anni trenta, in pieno regime fascista, animato da idee socialiste e libertarie, ebbe l’incoscienza di bruciare pubblicamente una “camicia nera” simbolo del fascismo e naturalmente fu picchiato quasi a morte, fu curato ed incarcerato, ma perse l’uso di un polmone in seguito alle percorse.
Per diversi anni  trascorse la sua vita tra gli ospedali e il carcere, mentre la sua famiglia languiva nelle difficoltà.
La comunità di Canolo intervenne a lenire le angustie della famiglia e addirittura quando un gruppo di giovani ed adulti cominciò a portare a Genova per venderlo, olio d’oliva in grossi contenitori metallici, anche la bambina Emma, “Emmiceia”, come la chiamavano, veniva portata con loro a guadagnarsi un pezzo di pane per la famiglia.
Ognuno dei compagni contribuiva a pagarle le spese del viaggio in treno, però spesso veniva nascosta sotto il sedile di legno, coperta accuratamente perché non sentisse freddo e perché non pagasse il biglietto.
A Genova avevano costituito una rete di solidarietà, grazie a dei calabresi e di qualche “canalisi”, per cui vendevano l’olio già prenotato, poi ritornavano subito al paese con un certo guadagno e anche con piccoli quantitativi di  farina e pasta, che poi rivendevano con qualche profitto.
I viaggi per Genova venivano preparati una volta ogni mese fino allo scoppio della II guerra mondiale ed Emma partecipò quasi sempre ad essi da quando aveva poco più di sette anni, fino al 1940.
La guerra fece aumentare la miseria e la fame e quando essa finì arrivò anche la liberazione dal fascismo ed un grande entusiasmo contagiò tutti, compreso Giuseppe Tempesta che benché in difficoltà con la salute, cominciò a fare progetti in grande, sognando per Canolo un’industria del legno.
Non fu aiutato nei suoi progetti nonostante che  si prodigasse per tutti, addirittura “costruendo” per i canalisi che partivano per il Nord Italia, i biglietti ferroviari identici a quelli veri per cui si decise di partire  per Genova, dove fu attivissimo nel partito comunista, ma nello stesso tempo cominciò a costruire case nel quartiere di Bolzaneto e venderle, mentre Emma aveva aperto una locanda dove accoglieva i suoi paesani e quando si sposò con Giuseppe D’Agostino di San Nicola di Antonimina, tantissimi sannicolisi .
Ormai il padre e la figlia avevano costruito una fortuna, aumentata quando Emma aprì un bel negozio a Bolzaneto e con i proventi maggiorati comprò un appezzamento di terreno a Quezzi Alta, dove volle costruirsi una bella villa con un parco, dove cominciò a mettere a dimora tante varietà di rose, ma quelle che le ricordavano la Calabria, da cui le portava; erano le rose antiche profumate che avevano abbellito gli orti di Canolo, di Ferruzzano, di Razzà di Brancaleone, dove Emma da bambina era vissuta per qualche tempo.
Nel 1971 a 67 anni morì Giuseppe Tempesta ed Emma volle andare ad abitare con il marito, nel paese di suo padre, Ferruzzano, a trenta metri dalla casa dove egli era vissuto per qualche tempo, lasciando le case, il negozio e la villa di Quezzi Alta ai figli
Volle coltivare il campo che aveva coltivato da ragazzino il padre e due orti che abbellì di rose antiche del territorio, ma Ferruzzano era ormai alla fine e quando gli ultimi abitanti andarono via, anche Emma con il marito andò via, lasciando il campo e gli orti con i roseti che ormai sono morti, tranne uno che ha prodotto tante rose profumate da maggio fino a metà di giugno.
Ai primi di settembre è ritornata Emma, con la figlia Graziella e la nipote Stella e il roseto sopravvissuto ha ricominciato miracolosamente a rifiorire, fino a quando Emma alcuni giorni addietro è ritornata a Bolzaneto. La presente foto rappresenta l’ultima rosa accarezzata da Emma, prima di partire, che rappresenta una varietà appartenente alle centofoglie.

Autore: 
Orlando Sculli
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