La tutela di un territorio passa anche dalla salvaguardia dei suoi animali

Dom, 13/10/2019 - 11:20

Il ritrovato interesse della società contemporanea per il mondo agreste ha posto l’accento sulla necessità di preservare le peculiarità territoriali di ogni zona della nostra variegatissima Penisola. Parte di questa particolarità, oltre che dal microclima e dalla conformazione paesaggistica di ogni area, è dettata anche dalla presenza di specie animali autoctone, che sono al centro di un progetto di salvaguardia e valorizzazione chiamato “Mammalia Calabra”. Questa iniziativa, realizzata dal fotografo Franco Scarpino e dall’Università della Calabria, con il supporto del Parco Nazionale della Sila, consiste nel recupero di un saggio edito durante i primi anni del ‘900, nella creazione di un portale internet rivolto alle istituzioni e ai cittadini interessati e nella realizzazione di una mostra fotografica itinerante che sta riscuotendo un ottimo successo di pubblico. Per approfondire ulteriormente l’argomento e capire quale sia lo stato di salute delle iniziative di tutela territoriale nella nostra Regione, abbiamo porto alcune domande proprio a Scarpino.
Come nasce il progetto?
Prende ispirazione dal saggio “Mammalia Calabra”, una raccolta di articoli scientifici che il biologo naturalista Armando Lucifero redasse alla fine dell’800 sulla “Rivista di Scienze naturali” e che oggi è di difficile reperimento. Ecco perché, in collaborazione con l’Università della Calabria, abbiamo deciso di editare in formato digitale questo prezioso volume e di affiancarlo alla mia mostra fotografica itinerante composta da quaranta pannelli, che illustra la bellezza del patrimonio zootecnico unico della Calabria attraverso le immagini di dieci razze autoctone rappresentative del nostro territorio: l’Asino Calabrese, il Cane da Pastore della Sila, la Capra dell’Aspromonte, la Capra Nicastrese, la Capra Rustica Calabrese, il Cavallo Calabrese, la Pecora Moscia Calabrese, il Suino Nero d’Aspromonte, il Suino Apulo-calabrese e la Vacca Podolica.
Cosa rende speciali questi animali e perché avete voluto mostrarli al grande pubblico?
Ognuno di essi ha caratteristiche che lo rendono unico rispetto alle altre razze autoctone della nostra Penisola e che non solo ne fanno un animale perfettamente integrato nell’habitat naturale calabrese, ma in grado di condizionarlo. Senza la presenza della Capra dell’Aspromonte, ad esempio, durante l’estate il reggino sarebbe molto più soggetto a incendi di quanto non sia oggi. Essa si ciba infatti dei prodotti del sottobosco, ripulendolo dalle sterpaglie, modellando il terreno e, in definitiva, contribuendo al ciclo della vita dei prodotti vegetali. Purtroppo, tuttavia, il monitoraggio delle razze è ancora oggi assai complicato, nella nostra regione. Solo su alcune di esse, infatti, è stato promosso uno studio che permetta una loro catalogazione certa, come invece accade in altre parti del Paese. Si pensi all’Asino Calabrese: nonostante le sue caratteristiche lo rendano un animale dal grandissimo interesse scientifico, non ha ancora un registro Anagrafico come invece accaduto all’Asino di Martina Franca o a quello del Ragusano. È doveroso sottolineare, comunque, che l’Ente Parco Aspromonte, insieme all’Università di Messina, ha iniziato di recente il processo di recupero di questa meravigliosa asinina, che verrà impiegata anche nell’onoterapia e nel trekking someggiato.
Gli Enti e le Istituzioni preposte riescono dunque a fare qualcosa per assicurare la tutela di questi animali?
Per adesso si limitano a una fase di “osservazione” e ancora non riconoscono a questi animali lo status di “razza tipica”. Per questa ragione, purtroppo, molte specie sono in via di estinzione a causa anche dello scarso interesse che hanno nei loro confronti gli allevatori. In un panorama economicamente complicato come quello dell’allevamento italiano, infatti, non mi sento di condannare un allevatore che preferisce tenere nella propria stalla una Vacca Olandese, che gli assicura la produzione di venti litri di latte al giorno, piuttosto che una Podolica nostrana, che pascola allo stato brado in zone marginali e di latte ne produce molto meno. Si tratta di un problema che ci accomuna al mondo dell’agricoltura e che non sarà ovviato fino a quando le istituzioni non prevederanno sgravi fiscali per chi sceglie di allevare e tutelare gli animali autoctoni. Sarebbe certamente un impegno gravoso, ma è importante che i vari Ente Parco e la Regione se ne facciano carico, anche perché, che io sappia, allo stato attuale non sono presenti nemmeno leggi europee che cerchino di cambiare questo stato di cose.
Potremmo parlare di un problema dettato dalla scarsa conoscenza del valore di questi animali?
Certamente sì. È per questa forma di “ignoranza”, civile e istituzionale, che c’è scarso interesse da parte degli stessi calabresi nei confronti di questi animali meravigliosi. Si prenda il problema del Lupo in Aspromonte: ci si ostina ad allontanarlo con la violenza quando appartiene proprio al nostro territorio il “cane antilupo” per eccellenza, il Pastore della Sila. Eppure qui questa razza è conosciuta da pochi allevatori e L’Ente Parco Aspromonte va a prendere in Sicilia i cani utili a delimitare il territorio dei lupi in una regione in cui non sono più presenti da decenni. Sa invece dove il Pastore della Sila viene allevato e sempre più richiesto? Al nord Italia, persino in Svizzera.
Qual è l’elemento che l’ha maggiormente colpita nello studio di queste razze di animali e ciò che le rende diverse dalla fauna che si trova nel resto del nostro Paese?
Il fatto che abbiamo animali unici nel loro genere, che ancora oggi riescono a vivere lontani dai centri abitati e che per questa ragione preservano e modellano secondo natura il paesaggio tanto caratteristico della nostra regione. Per questo motivo, tali animali sono perfettamente incasellati anche nella storia del nostro territorio e hanno influenzato le nostre tradizioni. Ancora oggi, infatti, in Calabria si riescono a trovare realtà in cui l’allevamento ha caratteristiche uniche, fortemente legate alla tradizione e alle esigenze della natura. È per questo che nei nostri prodotti derivati riusciamo a sentire i sapori della terra e i profumi delle stagioni (perché i nostri formaggi hanno qualità diverse a seconda del periodo dell’anno in cui sono stati prodotti) e che gli animali stessi sono in grado di percepire il trascorrere del tempo, come dimostra la capacità delle Vacche Podoliche di iniziare in molti casi spontaneamente la transumanza, senza che gli allevatori le spingano a spostarsi.

Autore: 
Jacopo Giuca
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