L'onore di 'Ntoni Macrì

Mar, 17/03/2015 - 14:59
Rispetta tuo Padre (ovvero "guardatemi le spalle") - Capitolo ottavo

Onere della Prova! Come dire che ogni sentenza, sia essa di condanna che d'assoluzione, dev'essere imperniata su prove certe. La colpevolezza è dimostrata dall'accusa ma, talvolta, è l'accusato a dover addurre le prove della propria innocenza. Eclatante è l'alibi, che i romani coniarono da alius (altro) e Ibi (ivi).
In buona sostanza significa che, nel momento in cui fu consumato un delitto, l'imputato si trovava altrove e, siccome nessuno ha la virtù dell'ubiquità, l'alibi scagiona (o dovrebbe) dall'accusa del reato.
Dovrebbe! Perché, puntualizza Cesare Marchi, come il celebre umorista Garland Pollard un giorno ebbe a dire: “L'alibi è il modo legale di provare che un uomo, in quel giorno, a quella data ora, non era nel luogo in cui realmente era”.
La sezione istruttoria del Tribunale di Locri, nell'istruire il processo sulla Strage di Piazza Mercato, accusando Don Antonio di essere stato uno dei mandanti senza alcuna prova, prosciogliendolo, lo mandò libero.
Vide bene?
Gigi diceva di sì dal momento che anche la Corte d'Assise di Lecce dove il processo si celebrò per legittima suspicione, dietro impugnativa del Pubblico Ministero, fece la stessa cosa.
«Che strano modo d'applicare la legge!» Gigi asseriva parlando con gli amici.
«Le prove, ci sono o non ci sono? Quante prove bisogna avere affinché il Pubblico Ministero possa accusare?»
«Forse ha ragione il Prof. Cordero!»
Cosa significa “insufficienza di prove”? E quando una prova si ritiene insufficiente, si definisce tale o come?
La prova è “dimostrazione” o altro?
Intanto Don Antonio era diventato uccel di bosco!
Gigi, durante queste meditazioni, si ricordò del Maresciallo Imbo e di un aneddoto che in quei giorni circolava negli ambienti dell'Onorata.
Era stato lui, il Maresciallo Imbo, o altro rappresentante dell'Arma che, una sera, recatosi a casa di Don Antonio nel contesto di un'operazione di perlustrazione, notando il grosso pancione della signora, chiese: «Ma, signora, voi dite di non vedere vostro marito da lunghi anni, allora mi spiegate questa gravidanza?»
«Maresciallo - precisò la signora - secondo voi perché avrei dovuto aspettarlo? Lui, chissà dov'è. Chissà quando torna».
Il Maresciallo capì l'antifona e si allontanò con un sorriso sornione facendo capire di non avere creduto neanche a una parola di quella confessione, ma dentro di se c'era tanto apprezzamento e comprensione.
Tornato in caserma, prima di scrivere la sua relazione, concluse ad alta voce le sue impressioni.
«Ah, le donne degli “uomini!” Talvolta sono più dritte dei mariti».
Si ricordò d'un particolare su cui prima non s'era mai soffermato: durante i soliti giri di ricognizione gli era capitato di notare, parcheggiata sotto casa, una Fiat Giardinetta di color grigio, con le portiere in legno sempre lucida e ben tenuta.
La cosa si ripeteva due o tre volte la settimana e per tutto il periodo della latitanza di Don Antonio.
Era un caso, una coincidenza? O forse qualche bravo picciotto abbia avuto assegnato un compito delicato che era facile immaginare?
In quel contesto, il pensiero del Maresciallo Imbo era un dubbio o una certezza?
«Sicuramente, una certezza!» confessò Gigi a Vanù riportando un pensiero di Socrate: “Il dubbio è il grado primo dell'umano sapere”.

Quale attinenza? Che c'entra Don Mico Tripodo con la strage al Roof Garden?
«C'entra, c'entra! - asseriva Gigi - Così, come c'entra l'Hotel Jolly, luogo d'incontro e di scontro tra Don Antonio e Paolo De Stefano».
L'amara vicenda partì proprio da lì!
Come in tutti i convegni (in quell'occasione si trattava d'un matrimonio), i partecipanti finiscono sempre a parlare del più e del meno.
Non è così tra uomini d'Onore. E così non fu tra il mammasantissima Macrì e Don Paolino De Stefano, il boss di Archi di Reggio Calabria. L'argomento affrontato riguardava Don Mico Tripodo, boss di Sambatello nonché figlioccio e pupillo di Don Antonio.
Gigi si ricordò d'un antico detto, una sorta di brocardo: «Non c'è festa a Sambatello se non c'è Mastocardillo».
A questo epiteto, Gigi dava il significato di Perno.
Infatti, Don Mico Tripodo era un perno riconosciuto da tutti. Per Don Antonio, di più.
Era l'uomo che la pensava come lui, legato ai valori supremi del rispetto verso donne e bambini. Aborriva, come Don Antonio, i sequestri e il traffico di stupefacenti, ancorché la cultura dell'illecito facesse parte del suo DNA.
Infine, per Don Antonio, Don Mico costituiva un punto d'appoggio, il porto d'approdo in quel di Reggio Calabria dove l'uomo - a suo dire - aveva iniziato a imbastardirsi. Così si sentiva spesso ripetere:«C'a genti du' Canali, non amici e non cumpari!»
Ma perché tanto astio da parte del gruppo De Stefano verso il boss di Sambatello?
“Eppure - pensava Gigi - una volta viaggiavano assieme”.
Chi principalmente l'aveva a morte con Don Mico era Giorgio De Stefano, a causa dell'iniqua spartizione di un carico di contrabbando.
Quel giorno, al Jolly Hotel di Gioia Tauro, Don Antonio prese le parti di Tripodo, e si stava venendo alle mani di brutto se non fosse intervenuto Don Peppe Piromalli a far da paciere. Don Antonio comunque s'impegnava a mediare presso Don Mico per una bonaria composizione della vicenda.
Ma le cose andarono diversamente.
Qualche mese dopo, infatti, all'interno del lussuoso Roof Garden, cadde sotto colpi d'arma da fuoco Giovanni De Stefano, mentre Giorgio rimase ferito.
Qualcuno, subito dopo la sparatoria, scrisse: “Cadde il braccio, non la mente!”
La mente per molti era Giorgio, sebbene don Paolino risultasse più equilibrato, specie dopo la morte di Giorgio avvenuta il 7 di novembre del 1977 in territorio di S. Stefano d'Aspromonte.
Don Paolino, quando si convinse che stava combattendo una guerra impari contro clan più forti del suo e che, pertanto, sarebbe risultato perdente, accettò una tregua.
La tregua che ne derivò, voluta dalla Cupola di Palermo, si protrasse fino a metà degli anni '80, allorquando un boss, Francesco Serraino, legato a clan avversi ai De Stefano venne trucidato insieme al figlio in un reparto degli Ospedali Riuniti di Reggio.
Tutti capirono che non ci sarebbe stata più pace e la città di Reggio e l'intera Provincia si prepararono a continuare nella mattanza.
Chi aveva voluto la pace, anzi, per certi versi imposta, fu, insieme ad altri, un prete. Non un prete vero, ma finto. Costui quando predicava - e i suoi fedeli erano più numerosi degli abitanti d'un Vescovado - non faceva suonare certo le campane ma il tartagliare delle mitraglie. Le campane, puntuali, venivano dopo.
I favori si pagano con i favori. E un bel giorno giunse il momento!

«Sia lodato Gesù Cristo!»
«Oggi e Sempre!» Era la risposta di quel prete sconosciuto, a passeggio lungo le strade di Africo Nuovo quasi ogni sera. Sempre con le mani giunte dalle cui dita pendeva la coroncina del rosario.
Ricordava Don Abbondio: occhi bassi e testa reclina ben piantata su un collo taurino che a malapena si elevava da spalle larghe e quadrate. Non alto di statura e perciò meno appariscente. Non fosse stato dentro a quella tonaca, si sarebbe “annientato” fra la gente.
Apparentemente ospite della Parrocchia, ma verosimilmente d'una certa Famiglia Morabito.
Come negli anni Cinquanta il dott. Navarra passava inosservato durante le sue uscite nel Comune di Gioiosa Jonica, ove era stato mandato al confino, sebbene quel soggiorno sia durato pochi mesi mentre il suo luogotenente, Luciano Leggio (ma per tutti Liggio, il solista del mitra) rimaneva latitante. Anche di quest'altro illustre ospite non si sapeva niente.
“Del dott.Navarra si sapeva tutto” scrissero in seguito quelli della Commissione Parlamentare.
Nato a Corleone nel 1905, quindi un anno dopo la nascita di Don Antonio e fraterno amico.
Laureato in Medicina nel 1929 diventò subito Ufficiale Medico. Dal 1931, medico condotto di Corleone. Nel '36 sposa una casalinga la cui famiglia era in odor di mafia per cui ne assunse subito un posto di rilievo appoggiando il movimento separatista siciliano cui avevano già aderito Calogero Vizzini, Genco Russo e altri capomafia. La triste storia di Salvatore Giuliano sarebbe da inserire in questo contesto. Nel 1951, in occasione dell'omicidio del figlio di un suo nemico, il cui mandante pare fosse stato lo stesso Navarra, per un emblematico caso d'ironia della sorte i carabinieri hanno chiamato proprio costui a stilare la relazione delle cause del decesso. La perizia del medico fu che a provocarne la morte era stato il calcio d'un mulo.
Fu proprio il due agosto del 1958 che, in un agguato organizzato da Liggio, Don Michele trovò la morte.
Per Corleone periva un mito. Ma chi lo sostituì, in parte già lo era.
Passano gli anni e la storia si scrive nel tempo, col tempo!
«Sia lodato Gesù Cristo!»
Altre vicende, altri accadimenti. Circostanze diverse, esigenze diverse. Adeguamenti necessari, dovuti.
Dopo poco tempo dalla fine di quelle sante visite dello sconosciuto prelato nel territorio di Africo, qualcuno confessò.
Circondato da un alone di mestizia sotto quell'abito talare era nientemeno che Totò Riina!
“Ma, ad Africo, che ci faceva?” Pensava Gigi quando lo seppe.
Era venuto a riscuotere un credito! Il debito che avevano le famiglie del reggino verso Cosa Nostra per avere voluto la pace delle 'ndrine, e per avere perorato la causa dei De Stefano.
Il corrispettivo era molto alto: la vita di Nino Scopelliti! Alto Magistrato della Cassazione il quale era stato designato a sostenere la Pubblica Accusa nel maxi processo alla Cupola e alla cui presidenza, stavolta, non c'era il Giudice Carnevale.
“Che sia stato Africo il luogo dove maturò l'omicidio Scopelliti?”
Gigi si arrovellava.
Nino Scopelliti. Chi era?
Intanto era uno studioso del Diritto. Pregno di principi e del pensiero di Capograssi specialmente per quanto attiene alla “purezza della Prova”. Aveva metabolizzato le lezioni di Salvatore Pugliatti e amava il Calamandrei.
Scrive Antonio Prestifilippo, dopo un colloquio col Giudice Tuccio, che Nino Scopelliti teneva sulla sua scrivania nell'Ufficio di Roma un foglio ingiallito dal tempo dove era riprodotto un pensiero di Enrico De Nicola, primo Presidente della Repubblica eletto nel 1948, subito dopo la caduta del Fascismo: “Io non so concepire nulla di più alto e di più terribile che la missione del giudice…”
Poi, era, appunto, un Giudice. Chiaramente nell'accezione del Magistrato che giudica da requirente atteso che il Pubblico Ministero, nel sostenere un'accusa, prima deve avere giudicato il fatto.
Morì sotto i colpi micidiali di due killer mentre i raggi del sole d'un torrido agosto, alle cinque di sera in Calabria, si trasformano sempre in pastelli arancione.
Morì! E sapeva perché.
In un certo senso, la morte se l'era cercata. Pare che sia stato proprio lui a chiedere di sostenere la Pubblica Accusa in Cassazione per la celebrazione del processo contro gli intoccabili della Cupola, ove non mancavano prelati e politici.
Ma i calabresi sono uomini di parola, e sanno mantenere gli impegni. Mantengono le promesse!

Un romanzo di Cosimo Armando Figliomeni

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