Melograno di Monasterace

Mer, 15/04/2020 - 13:00
I frutti dimenticati

Il percorso dedicato ai melograni offre sempre qualche sorpresa positiva riferita ai vari biotipi che la nostra regione offre. Ogni ambito territoriale, ancor di più se ristretto ai comuni, offre un particolare tipo non presente in altri e, di conseguenza, ogni comunità si fregia di possedere qualche tipo di melograno migliore rispetto alle altre, entrando a questo punto in un labirinto splendido di varietà.
Bisogna ricordare che la Locride annovera tre tipi di varietà fondamentali: la “Denti di Surici” (il termine “surici” è uguale per tutta la Locride), dagli arilli o grani molto piccoli, presente e denominata in tali termini a Gerace e a Ferruzzano; “Denti di Sceccu” (tale termine per definire l’asino va da Reggio fino Bianco) o “Sumeri” (da Bovalino fino a Roccella) o “Ciucciu” (da Caulonia a Monasterace), dagli arilli medi; infine la “Denti di Cavallo”, con la dicitura uguale ovunque, anche nel resto d’Italia, dotata di grani grandi. Percorrendo la Locride si ritrovano varietà sorprendenti che si possono riportare alle civiltà che si sono succedute nella nostra regione, dagli Elleni in poi. Si può ipotizzare che la localizzazione in spazi ridotti di alcune possano derivare da arrivi di piccoli contingenti di migranti in alcuni posti, in determinati periodi della storia.
Bisogna ricordare che coloro che arrivavano, portavano con sé le essenze colturali più tipiche e importanti del territorio d’origine, mentre addirittura, alla fine dell’800 e agli inizi del ‘900, degli emigrati italiani in America, i meridionali, portavano con sé una manciata di terra del loro paese d’origine e la conservavano religiosamente in casa in un contenitore di buona fattura. I settentrionali, più prosaici dei meridionali, notavano quest’abitudine e ne restavano allibiti; la stessa pratica venne osservata dai meridionali emigrati nel nord dopo l’unificazione del Regno d’Italia nell’800 e, per questo motivo, probabilmente, i settentrionali li soprannominarono “Terroni”.
Sei o sette anni fa, assieme a Mico Marino, sofisticato acquerellista di Motticella di Bruzzano residente a Imperia, amico del motticellano eccellente Vincenzo Mollica, iniziai un percorso dedicato ai melograni. Egli, dopo aver lavorato come inchiostratore, per un certo periodo, per una società editoriale francese, collaborò con Bonelli (editore nel campo dei fumetti) e, negli anni ’80, gli fu dedicata una scheda di presentazione su Tex Willer. A un tratto, però, entrò nel mondo della scuola, abbandonando quello dei fumetti. Nei suoi rituali ritorni in Calabria, durante le mezze stagioni, visita le località di rilievo dal punto di vista culturale della Locride.
Un giorno di ottobre capitò a San Giovanni Teresti di Bivongi, dove notò una piccola pianta di Melograno con alcuni frutti e chiese una melagrana a un monaco, che mangiò restandone estasiato. Mi pregò di andare a recuperare degli innesti l’anno successivo. Vi tornai e potai a dovere la pianta, trattenendo i rametti utili per gli innesti, mandandone alcuni a Mico e trattenendone per me altri. Mi raccomandò di esplorare l’area di Stilo-Monasterace perché poteva riservare sorprese gradevoli e lo feci.
Assieme a Nino Sigilli, di Siderno, andai a trovare un suo amico, Bruno Arcorace di Monasterace Marina, che in un suo campo sulle sponde dello Stilaro, in contrada Rimini, sulla sinistra idrografica della fiumara, ci mostrò i suoi tesori assieme a quello di Nino, che vi possiede un bel campo di agrumi, di ulivi e alberi da frutto. Mi mostrarono le piante speciali che ognuno di loro aveva, con Nino che mi additò una pianta di Ellena che non conosceva nel nome e che produceva dei splendidi frutti di cachi a forma di piccolo cuore. Gli rivelai il nome che avevo appreso ad Acconia di Curinga in un campo del mio caro amico, il defunto Antonio Panzarella, che produce dei frutti tanto belli che io non ebbi il coraggio di mangiare per non profanare la loro bellezza, quando successivamente ebbi la possibilità di farlo. Bruno mi mostrò con orgoglio un fico mitico per cui sono arrivati dalla Puglia dei vivaisti a prelevare degli innesti, e un melograno fantastico. L’aveva piantato suo nonno prima che partisse come soldato durante la seconda guerra mondiale e non fece più ritorno.
A ottobre, il tempo della maturazione delle melegrane, Bruno mi regalò alcuni frutti indicandomi quali fossero le migliori, colti dalla pianta messa a dimora da suo nonno prima della 2ª Guerra Mondiale. Conservai una intatta per donarla a Mico Marino, quando da lì a poco sarebbe arrivato da Imperia, per il rituale ritorno d’autunno. Gli raccomandai di fotografarla quando l’avrebbe aperta e prima di mangiarla e così fece, avvisandomi tempestivamente per telefono. Poche altre volte aveva assaggiato frutti così buoni e così belli da vedere, con gli arilli rossi rubino coperti da poche pellicine delicate e dai semi tenerissimi, inconsistenti; gli ricordava il Sordo dei Borbone, il melograno prezioso coltivato nel Regno delle due Sicilie, salvato dai pugliesi. Mi raccomandò di andare a recuperare degli innesti alla fine di gennaio e vi andai, recuperandone alcuni che prontamente misi a dimora. In cambio mi avrebbe portato delle marze del Sordo dei Borbone, con cui mi avrebbe innestato dei melograni ai primi di marzo; aveva recuperato una pianta in Puglia, in provincia di Foggia.
Il Coronavirus ha impedito a Mico di riportare in Calabria Il Sordo dei Borbone.

Autore: 
Orlando Sculli
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