Pero degli angeli o Ngelica

Lun, 06/08/2018 - 11:40
I frutti dimenticati

La presenza di tale varietà di pero è legata a quella della gente di Ferruzzano, che si era spinta al di fuori del suo stretto ambito territoriale nella coltivazione dei campi, veicolata dalla presenza a Ferruzzano stessa dei baroni Caffarelli, titolari di un subfeudo del ducato di Bruzzano, che amavano abbellire i propri possedimenti terrieri, da varietà insolite di fruttiferi.
Essi avevano vasti latifondi costituiti da migliaia di ettari nei comuni di Ferruzzano, Bruzzano, S. Agata, Caraffa del Bianco, Staiti e marginalmente in quello di Africo; naturalmente i comuni erano nati con le Leggi Eversive della Feudalità dell’agosto del 1806, volute da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e re di Napoli.
Il pero dava frutti dal gusto sublime, ricco di aromi e di leggeri effluvi che sapevano di divino, quindi degno degli angeli che si alimentavano semmai di fragranze e non di elementi riconducibili al mondo concreto e volgare del cibo.
Seguendo il suo percorso lo troviamo ovunque nel territorio del comune di Ferruzzano, in tutte le sue contrade e attraverso le linee marginali esterne di esso, lo vediamo introdotto per qualche chilometro nei comuni limitrofi.
E così era avvenuto che attraverso la contrada Saccuti, comune a Ferruzzano e Bruzzano, esso si era spinto timidamente verso il comune di Bruzzano stesso, ma non aveva superato di molto la linea confinaria e addirittura verso Motticella, discendendo probabilmente dalla contrada Carrì lambendo il borgo con qualche presenza sporadica in contrada Dutturi; sia a Bruzzano che a Motticella non conoscono il nome di tale varietà.
Invece nel territorio di Caraffa aveva occupato tutta la contrada delle Badie (abbazie) di Ferruzzano e si era introdotto nelle Badie di Caraffa o Stoli.
Sul versante nord ovest, era molto diffuso nelle contrade attorno al bosco di Rudina, frequentate da sempre da agricoltori di Ferruzzano, Samo, Sant’Agata e marginalmente di Motticella; in definitiva da gente che discendeva dagli abitanti della vasta baronia normanna di Bruzzano che fu divisa in tre parti, dopo la vittoria di Carlo D’Angiò, a Benevento nel 1266, su Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia.
Una parte, quella di Bruzzano Vetere, comprendente i territori attuali di Bruzzano, Motticella, quelli che raggiungevano la fiumara di Poro e quella di San Leo, che dividevano Africo da S. Salvatore (in seguito Casalnuovo) fu assegnata nel 1269 ad Egidio Appard e poi a Gualtiero Appard di Bevagna che la restituì perché non soddisfatto del possesso, al regio demanio.
Il 20 maggio del 1274 Carlo D’Angiò l’assegnò a Giovanni De Brayda di Alba, che si era distinto nell’espugnazione di Aiello, Amantea e Arena, fedeli ancora agli Svevi.
Bruzzano Vetere era dotato di un porto, la cui giurisdizione arrivava a Sant’Aniceto sulla costa (quindi oltre Melito), a cui sovraintendevano in nome del re, Tommaso Baldino ed Eugenio di S. Aniceto ( Motta S. Giovanni attuale).
Un’altra terza parte fu assegnata a Filippo Baldello o Balderi signore di Platari e di Policore (Samo) che comprendeva gli attuali territori di Samo e S. Agata che nacque nel XIV secolo dopo la distruzione di Policore in seguito ad un terremoto.
Ci fu un contenzioso tra il signore di Bruzzano e quello di Policore per il possesso di Rudina, ma il contenzioso fu sopito quando Filippo Balderi sposò Albina, l’unica figlia di Giovanni De Brayda.
L’altra terza parte comprendente Bruzzano, che sorgeva dove sorge abbandonato Ferruzzano Superiore e Torre Bruzzano che sorgeva nei pressi di Capo Bruzzano, fu assegnata a Pietro Ruffo conte di Bruzzano, Catanzaro, Casopero, Castel Menardo, che esprimeva il suo potere notevolissimo dalla superfortezza di Mocta Bubalina ( Bovalino ), che era stata fatale a Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, in quanto gli aveva resistito per sei mesi all’assedio, dopo la ribellione a favore degli angioini.
Anche Pietro Ruffo possedeva un porto a Bovalino a cui sovraintendevano in nome del re, Palmerio Di Teti e Lucio Accafi di Bovalino stessa.
I campi attorno a Rudina erano giardini di biodiversità fino a pochi decenni orsono, coltivati da quando i monaci basiliani vi avevano fondato dei monasteri, tra cui quello di S. Apollinare e quello dei santi Anargiri Cosma e Damiano, retto da monache, menzionato da testi sacri nel 500, mentre ai margini del bosco esisteva probabilmente il monastero di S. Zaccaria.
In ogni campo coltivato a Rudina esisteva una vigna e in ogni vigna non mancava il pero degli Angeli, che offriva delle pere insuperabili per il gusto, i profumi e i colori che le impreziosivano.
Infatti una delle particolarità di tali frutti è quella di non essere omogenei nei colori, per cui, variano secondo l’irraggiamento che ricevono, per cui sulla stessa pianta si possono ritrovare frutti intensamente colorati di rosso, altri interamente gialli, altri ancora rosei, con la parte offerta al sole rosseggiante.
Le pere prodotte, che arrivano a maturazione nelle prime due decadi di luglio, sono di grandezza media, la loro forma è elegante, allungata, dotate di piccioli, talvolta irregolari, mentre la polpa è delicata, fine, mediamente succosa, non liquescente.

Autore: 
Orlando Sculli
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