Polvere di... stelle

Dom, 17/01/2021 - 12:00

Sapendomi attivista (ora un po’ meno, per la verità) critico (ora un po’ più, per la verità) del M5S, il Direttore Melia mi chiede di raccontare la parte da esso avuta nella vicenda di Riace. Lo faccio anticipando in sintesi tratti di uno scritto programmato, ma ancora di là da venire. Il suo contenuto è ben documentato o impresso nella memoria fedele di persone leali. Rispetto alle cose da dire sono però qui costretto alla laconicità. Occorrono anzitutto due premesse. La prima, oggettivamente soggettiva, riguarda la mia formazione scout che ha impresso un’impronta internazionalista e terzomondista al mio modo di guardare ai problemi del pianeta. La stessa che mi ha condotto a incontrare e seguire maestri profondi e coerenti, di pensiero e di lotta; nella libertà di giudizio che si addice a chi si assume la responsabilità di quello che pensa e fa. La stessa che, ventiduenne, mi ha indotto a scegliere quella particolare “Democrazia proletaria” di Mario Capanna, fucina di culture diverse e alternative, unite in nome della dignità dell’uomo e della salvaguardia del pianeta e, in seguito, scettico delle varie “sinistre” succedutesi nei governi del Paese, a restare sempre al di qua della mischia, fino al tentativo, fallito sul nascere, degli arancioni di “Cambiare si può”, chiamato a collaborarvi da Vittorio Agnoletto. La seconda premessa, soggettivamente oggettiva, è che il gruppo fondato da Grillo e Casaleggio, lo si voglia ammettere o meno, ha cambiato la sostanza del modo di concepire e di relazionarsi alla politica; agli inizi fortemente, poi in maniera sempre più debole, facendo piazza pulita degli ideologismi divisionisti e minoritari, ridondanti e incoerenti della sedicente “sinistra” del Paese. A questa novità ho dunque generosamente offerto disponibilità e tempo, energie e idee. Sono certo che una narrazione storica più libera e disincantata sarà un giorno costretta a farvi i conti. Chiuse le premesse, dico per brevità che, ovviamente innamorato del miracolo operato da Mimmo Lucano e dai suoi collaboratori – così come da altri autorevolissimi sindaci e attivisti della Locride e di altre zone della Calabria – mi sono posto l’obiettivo di fare aprire gli occhi ai portavoce del Movimento (non soltanto parlamentari) su quanto stava accadendo a Riace a partire dalla seconda metà del 2017. Contando certamente sul fatto che tra le sue fila esso annovera persone dotate di sufficiente apertura intellettuale e politica, oltre che umanitaria. Il nodo è presto detto: a differenza che su altre vitali questioni planetarie, un programma sull’immigrazione il Movimento non ce l’ha. Non l’ha mai avuto. Mi pare perciò una buona congiuntura la revisione delle politiche europee dell’accoglienza (solo ora, e parzialmente, in atto) di cui l’Europarlamentare Laura Ferrara è stata redattrice (siamo agli inizi del 2018). Una volta letto il suo testo e compreso che mancava – lei d’accordo con me – di una progettualità duratura, la invito a recarsi a Riace (quale migliore esempio di concretizzazione delle politiche d’accoglienza?), dove la Procura di Locri (d’intesa col Ministero?) ha bloccato i finanziamenti (lo ha fatto muovendo da indicazioni degli organi di controllo SPRAR, ideologicamente – e paradossalmente – vicini a Mimmo e all’esperienza di Riace…). Il primo giugno 2018, però, ha inizio la disavventura del primo Governo Conte. Si sa che Marco Minniti aveva asfaltato un’autostrada sulla quale Matteo Salvini poteva ora correre all’impazzata, coadiuvato da ben due inconsistenze politiche come Gaetti e Sibilia. Il primo luglio, in occasione dello storico anniversario dello sbarco, grazie alla disponibilità del Direttore del Quotidiano della Calabria, Rocco Valenti e con un’intervista all’unico curdo rimasto, avvio una maratona di solidarietà per Riace, cui prenderanno parte voci autorevoli e credibili del nostro Paese, piuttosto che tromboni radical-chic. Qualche giorno dopo, reduce dalla visita nella quale io stesso l’ho accompagnata, Laura Ferrara, entusiasta della realtà delle cose toccate con mano, partecipa anch’ella alla maratona, con una testimonianza sincera, sentita e significativa, memorabile dato il momento. Ancora pochi giorni, però, e la situazione a Riace diventa insostenibile perché scarseggiano i mezzi di prima necessità. Il 7 agosto, in un incontro di valenza storica per me, conduco Mario Capanna nel Villaggio globale, dove c’è anche padre Alex Zanotelli. L’idea di Capanna, che sottoscrivo in pieno, è di andare fin sotto il Ministero dell’Interno da lì a pochi giorni, con una manifestazione organizzata e chiamando a raccolta personalità autorevoli del Paese. Mimmo e padre Alex nicchiano. E non enunciano alternative. Qualcuno mi dice che Roberto Fico è tra le conoscenze di padre Alex. Di Fico ho un numero: invio messaggi e provo a chiamare, ma mai una risposta. Si improvvisa un’assemblea e Mimmo mi chiede di motivare, quasi dare una giustificazione della mia condotta personale, nell’evidente scollatura che si è creata tra l’esperienza di Riace e la nuova compagine di Governo, dove non si capisce il ruolo del Movimento. Chiarisco che sono in grado di rispondere esclusivamente di me stesso. Posso però impegnarmi a far venire allo scoperto i portavoce, di cui ogni attivista può, volendo, avere un recapito telefonico. Non sono irraggiungibili catafalchi o amici di amici solo di alcuni… Posso chiedere da che parte stanno; chieder loro di prendere posizione; di spaccarsi se è il caso. E lo faccio ancora dalle colonne del Quotidiano. Il 14 di agosto un coraggioso gruppo di portavoce a varî livelli (Menichino, Sicoli, Mànduca, Anselmo, Ferrara, Correggia, Tucci, Melicchio, Tavernise, Giorno) viene fuori con un forte distinguo tra le politiche poco chiare sull’immigrazione e l’esemplare azione di Lucano. Per contro, D’Ippolito e Granato, in privato o pubblicamente, coraggiosi a loro modo, prendono le distanze dai colleghi e da me. D’Orrico mi confessa che, come molti, non ha mai messo piede a Riace e che però si documenterà il più rapidamente possibile. Peggio di tutto, però, il silenzio accidioso degli altri. E non sono pochi… Ancora pochi giorni e Francesca Menichino con Francesca Sicoli (consigliere ad Amantea) si recano a Riace e trascorrono ore con Mimmo. Sono inevitabilmente affascinate, da un lato, e sbalordite, dall’altro. Per tutto il mese di agosto e settembre sento spesso Mimmo e cerco di capire, come vuole capire anche lui, perché attesi e stanziati finanziamenti non arrivano. Menichino incalza Gaetti, che addirittura promette una visita a Riace. Contatta direttamente il Ministero dell’Interno. Nel Pd conoscono bene il lascito di Minniti all’Interno (anche all’interno del Ministero dell’Interno, anzi nel più profondo dei suoi uffici decisionali) dove è in atto una sottile strategia della tensione, che torna utile a mostrare solidarietà a Riace, apertamente, e lasciare che il capro, anzi il caprone espiatorio Salvini ne paghi le conseguenze, di nascosto. Mi chiedo perché questi beniamini di Mimmo non si diano da fare piuttosto che indugiare in fascinosi salamelecchi. Da fonte certa, intanto, vengo però a sapere che per Sibilia il discorso su Riace è chiuso e che prima o poi verrà fuori il caso. Nulla di più. Al diavolo la ventilata trasparenza sugli “affari di Stato”… Qualcuno, e forse anche Mimmo, vuole che il caso esploda. Rintanarsi e incatenarsi non ripaga: fossimo andati a manifestare al Ministero come proponeva Capanna, l’avremmo fatto esplodere noi il caso, prima e per il verso giusto, creando forse non poche grane a un Governo nato male e andato peggio… Ai primi di ottobre, com’è noto, la beffa. Scatta la gara di solidarietà con Mimmo, di cui nel frattempo percepisco d’aver perso buona parte della stima. Beh, fossi stato io un portavoce l’avrei pure capito… Ma, detto in coscienza, mantengo la serenità che viene dalle mie buone intenzioni e poi, oltre alla tutela di Mimmo, è Riace che occorre salvare, ora anche dal tilt amministrativo. Cerco di capire il Movimento dov’è. Non condivido e manifesto pubblicamente il mio disappunto per le motivazioni di ritrattazione di Ferrara: Riace sì, ma le azioni di Lucano no. Menziono lei perché ha avuto comunque il coraggio di dire la sua. Altri si celano dietro agli exploit senza fondamento di Sibilia e di Di Maio (uno raccomandato dall’altro, visto che è rimasto lì a ricoprire misteriosamente il medesimo incarico pur perseguendo politiche completamente diverse…). I più, anche i nomi grossi, ti muoiono fra le mani. Altri ancora disegnano scenari apocalittici, dietro allo spettro Lucano (la stessa Orrico, mal suggerita da Morra). Una cosa è certa: cosa significhi obiettare in coscienza i parlamentari pentastellati calabresi non lo sanno. È penoso. Mario Capanna scrive alla Procura di Locri e pubblica sul Quotidiano della Calabria un’autodenuncia per avere sostenuto Lucano. È un’idea brillante e vincente: pensare di intasare la Procura con infinite dichiarazioni di autodenuncia, dall’Italia e dal mondo intero. Ma l’idea non entusiasma, chissà perché, i più vicini a Mimmo. Mi autodenuncio anch’io, poi Vincenzo Altomare, e mio fratello Cesare. Finisce lì. Né Movimento, né Pd, né rivoluzionari vari. Manifestazioni e striscioni hanno un clamore maggiore e migliore. Purtroppo non duraturo, come s’è visto… Nel clamore sollevato dalle accuse a Mimmo, il silenzio dei pentastellati li rende complici dello snaturamento di tutta l’esperienza di Riace. Prima che tutto svanisca, insisto affinché i portavoce si rechino a Riace, a verificare di persona a quale sciagurato destino si sta condannando una delle rare e più compiute forme di incontro fra le culture, di rispetto ed elevazione della dignità umana, di sana globalizzazione. Melicchio mi promette che lo farà. E lo fa. Vede poco di quello che Riace è stata; ma basta a farsene un’idea. Il giorno dopo, Mimmo, che non sento da un mese, mi chiama dal suo esilio solo per rimproverarmi: manco gli avessi mandato le SS… Che Riace possa diventare l’espletamento di una ideologia è un’autocastrazione bella e buona. Questo penso e glielo dico. Spero e mi impegno perché non finisca così. Nell’inverno del 2019, allorquando s’è reso necessario, è ancora Francesca Menichino a cercare e a trovare – tra gli esperti della revisione dei conti chiamati a dare supporto al risanamento delle finanze comunali relative ai mandati-Lucano – Michele Mercuri, attivista critico del M5S, anch’egli fortemente convinto della esemplarità del progetto Riace. L’11 giugno a Locri ci sono anch’io. Nel gruppo in chat continuo a dire la mia, cercando forza nelle argomentazioni, più che nei princìpi ideologici. È lì che ho appreso tanto del reinserimento quanto dell’ennesima esclusione della fiction Tutto il mondo è paese dal palinsesto Rai. Ho firmato la petizione, pur essendo certo che la soluzione andasse cercata altrove; vale a dire là dove il problema si ravvisava. Appunto: per chi rappresenta un problema la messa in onda del film su Riace? Ho posto la questione ancora una volta a Melicchio (Commissione cultura, ma esperto di università), il quale l’ha prontamente girata ai colleghi della Commissione vigilanza. E da loro la risposta è arrivata chiaramente: il pretesto è che su Riace grava un caso giudiziario aperto (sic!), e comunque è nella Rai che si decide la partita perché non rientra nei poteri della Commissione decidere il palinsesto. Per questo, sempre in chat, ho proposto di trovare un giornalista un po’ “libero” interiormente e coraggioso al punto da far scoppiare il caso dal di dentro. Ma giornalisti Rai vicini al M5S che amano farsi belli con Riace e Mimmo Lucano non ve n’è. 

Romolo Perrotta *Università della Calabria
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