Quel minerale introvabile che ha acceso i riflettori sulla Calabria

Dom, 03/06/2018 - 12:00

La notizia ha fatto subito il giro della Calabria approdando anche sulle maggiori testate nazionali. Un raro minerale è stato scoperto in prossimità di una vecchia miniera di Barite a Catanzaro, grazie a una collaborazione multidisciplinare che ha visto coinvolti l'Università della Calabria, l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente della Calabria e l'Università di Bari. Abbiamo intervistato Domenico Miriello, originario di Monasterace, e Andrea Bloise, di Scalea, entrambi docenti presso il Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Università della Calabria.
Come si è arrivati alla scoperta di questo rarissimo minerale?
Domenico Miriello: Il nostro gruppo di ricerca conduce da qualche anno un approfondito studio mineralogico e petrografico di aree in cui sono presenti cave e miniere sfruttate in tempi storici. La maggior parte di queste cave e miniere sono ormai abbandonate, ma alla luce dei nostri studi, pensiamo che sia possibile restituire a tali aree l’importanza naturalistica e turistica che meritano; infatti, la probabilità di trovare minerali mai prima segnalati in Calabria, aumenta esponenzialmente con il progresso tecnologico delle tecniche analitiche di ultima generazione. Arrivare alla scoperta di un minerale mai identificato prima nella nostra Regione non è stato affatto semplice; una scoperta di tale portata implica una forte sinergia di competenze e una grande passione. Alla scoperta della Wulfenite in Calabria, oltre all’UNICAL, alla quale apparteniamo io, Andrea Bloise e Mirco Taranto, hanno contribuito anche Luigi Dattola dell’Arpacal, grande appassionato e studioso di minerali calabresi e l’università di Bari, con Roberto Terzano e Ignazio Allegretta.
Che aspetto hanno i giacimenti di wulfenite?
Andrea Bloise: Solitamente sono minerali di piccole dimensioni da micrometrici a centimetrici quindi non vi sono dei veri e propri giacimenti. Si tratta di un minerale, che si forma nelle zone di ossidazione di alcuni giacimenti di piombo. La wulfenite è un minerale raro, il suo ritrovamento è limitato a pochi stati nel mondo tra cui Austria, USA, Repubblica del Congo, Marrocco e Messico, Inghilterra, Germania, Spagna e Slovacchia. In Italia è segnalata in piccole quantità nelle miniere piombo-zincifere lombarde, Toscane e in Sardegna. Tuttavia la morfologia e il colore della wulfenite calabrese ritrovata sono ancora più rari in quanto cristalli simili sono stati identificati in pochi posti al mondo tra cui la Val Calolden (Lecco) in Messico e Slovacchia.
Quale potrebbe essere l'impiego di questo minerale?
Andrea Bloise: A dispetto della sua bassa durezza simile a quella della calcite la wulfenite viene tagliata e utilizzata come gemma. Per esempio dalla miniera Red Cloud, nella contea di Yuma (Arizona) i cristalli di wulfenite vengono utilizzati per fare gioielli. Inoltre la wulfenite è ricercata per la estrazione del molibdeno, che è un particolare tipo di metallo impiegato per produrre leghe ad alta durezza e acciai resistenti alle alte temperature. Alcuni cristalli sono piezelettrici, cioè emettono una scarica elettrica se sottoposti a una pressione, e possono essere utilizzati in diversi campi scientifici. In campo medico vengono usati nella piezochirurgia o per la fabbricazione di sonde ecografiche, nella musica per la generazione di suoni ad alta definizione (accelerometri, microfoni), oltre per la costruzione di accelerometri (strumenti sismici), orologi, telefoni e sensori di varia natura.
La scoperta è stata possibile grazie a tecnologie innovative che consentono di esplorare il mondo delle micro-mineralizzazioni senza provocare danni. Si ipotizzano nuove scoperte attraverso l'utilizzo di queste tecnologie?
Domenico Miriello: Le tecniche micro-chimiche e micro-spettroscopiche che stiamo utilizzando sono all’avanguardia nel campo della ricerca di nuovi minerali e dei nuovi materiali in genere. Pensi, siamo in grado di puntare un fascio laser con un diametro di soli 0,03 millimetri su qualsiasi materiale senza distruggerlo e in base a come le molecole del minerale vibrano, riusciamo a identificarne la specie; possiamo paragonare questa tecnica, che nello specifico si chiama “spettroscopia micro-Raman” a un musicista che percuote un tamburo: il musicista è il fascio laser, il tamburo il minerale che comincia a oscillare a livello molecolare quando viene colpito dal laser e a “risuonare con una frequenza caratteristica”. Stiamo già studiando alcune mineralizzazioni calabresi che promettono di essere ottimi candidati a entrare nella famiglia dei minerali segnalati per la prima volta nella nostra Regione. Speriamo, da qui a un anno, di produrre nuovi importanti risultati.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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