Rabbia sud nel vedere un’Italia a due velocità

Dom, 09/08/2020 - 09:00

È mattina presto, sto andando a Catanzaro a presenziare a una riunione importante alla Cittadella Regionale e, mentre passo da Caulonia, sono ancora un pò assonato. Il mio sguardo si ferma sul ponte Allaro, ancora in costruzione. Ripercorro con la mente tutte le volte che abbiamo parlato di questo ponte, dal crollo, al passaggio su una sola corsia regolamentato da un semaforo, fino alla decisione di costruire un guado; ricordo il giorno in cui è stato abbattuto e lo scorso febbraio, quando il sindaco di Caulonia, Caterina Belcastro, ha chiesto con rabbia ai funzionari ANAS di darle una data certa di inaugurazione, magari prima dell’estate. Rivedo quelle immagini e non posso non metterle a confronto con le foto che hanno riempito i nostri schermi in questi giorni, quelle dell’inaugurazione del ponte di Genova, prima della ricorrenza dei due anni dal crollo del Ponte Morandi, che costò la vita a 43 persone. Il primo sentimento che mi provoca questo paragone è rabbia, una profonda rabbia, perché certifica che siamo cittadini di Serie B. Capisco tutto: che Genova non poteva non avere una risposta immediata, che era una caso nazionale e che ci sono stati dei morti, che la ricostruzione del ponte Morandi doveva diventare il simbolo di un Paese che vuole reagire. Ma non capisco perché, nello stesso Paese, se un episodio avviene al Nord, si trova sempre un motivo, una giustificazione, un modo di aggirare la burocrazia pur di dare ai cittadini ciò che gli spetta, ciò che gli è stato promesso; ma se avviene al sud le scorciatoie non valgono, anzi la legalità diventa il primo fattore che impedisce la realizzazione anche delle cose più elementari e, al massimo, se proprio non si può fare a meno di costruire un’opera, la si affida direttamente a qualcuno che viene da fuori, sia mai che esca un’interdittiva e si blocchino i lavori. La nostra rabbia nasce proprio da queste considerazioni: il ponte sull’Allaro è caduto nel novembre del 2015 ed è fondamentale per il traffico della Strada Statale 106, in cui confluiscono tutti i paesi della jonica. Possibile che i 140mila abitanti della Locride non siano italiani a sufficienza affinché lo Stato si impegni a garantire loro un servizio essenziale per le migliaia di pendolari che ogni giorno devono attraversare quel tratto di strada? Possibile che, a quasi 5 anni dal crollo, non si sia riusciti a portare a termine la ricostruzione di un ponte di 183 metri? E mentre alle nostra latitudini il ponte è ancora un cantiere, nella stessa Nazione si festeggia e ci si inorgoglisce per l’apertura di un salotto di 1.182 metri costruito in appena di 15 mesi, con enormi risorse finanziarie e sul quale gli operai hanno lavorato giorno e notte. La beffa, poi, è che la maggior parte degli operai impiegati sono di origine calabrese, come a voler dire che siamo capaci, ma non ci vogliono dare la possibilità di crescere, perché le nostre braccia servono a mandare avanti il Nord. Siamo dinanzi a un paradosso che non riesce comunque a risvegliare le coscienze meridionali, a farci imboccare un cammino di riscatto sociale e politico. Tutto sembra debba andare così e chi si oppone, come stiamo facendo noi, prima o poi dovrà fare i conti con l’emarginazione. Beh, noi continueremo a gridare la nostra rabbia, perché non accettiamo uno Stato che usa due pesi e due misure, non accettiamo uno Stato che continua a trattare il Sud Italia come il luogo di residenza di una cittadinanza di Serie B.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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