Riposano a Roccella i resti mortali di Gianfranco Romeo

Dom, 28/07/2019 - 18:40

Con l’anziano e provato Sasà Romeo ne avevamo parlato più volte negli ultimi cinque mesi dalla morte di Gianfranco, avvenuta a 61 anni negli USA il primo marzo scorso: il padre affranto voleva a tutti i costi che i resti mortali dell’amatissimo figlio riposassero nella sua Roccella Jonica. La voce gracchiante dell’aggeggio che gli amplifica la voce per via di una tracheotomia è, quasi, un’implorazione che dal cuore risale lungo l’esofago forato e giunge tremante alle orecchie dell’interlocutore: “Gianfranco deve tornare a casa!”. E per farlo l’indomito combattente ha dovuto superare la trafila interminabile di adempimenti burocratici presso le sedi diplomatiche di Italia e USA. Gianfranco Romeo da giovedì scorso riposa nella tomba di famiglia. Sono tornate le sue ceneri contenute in un involucro metallico rivestito in formato onice dalle dimensioni di un portafiori che è stato esposto, per il saluto dei parenti e degli amici, nell’accogliente Chiesa di San Nicola ex Aleph. Gianfranco è tornato e il dolore per una giovane perdita unitamente ai cinque mesi di iter burocratico sono racchiusi negli occhi azzurri inumiditi dal pianto di Sasà Romeo e nella mestizia di mamma Maria e della sorella Anna.
Guardando quel piccolo vaso posto ai piedi dell’altare su un alterino con il drappo di Padre Pio tornano alla mente i mesti sonetti dei Sepolcri con i quali il poeta racchiude il vero valore dell’urna: “Sapere che una tomba chiuderà il nostro corpo e serberà il nostro nome, ci consola in vita che non morremmo del tutto; e consolerà i nostri cari che potranno nutrire l’illusione pia di intessere con i morti un colloquio amoroso”. Quel colloquio d’amore che sta nella solitudine del cuore e della mente da ora in poi Sasà Romeo e la sua famiglia l’avranno, anche, in quel cantuccio di croci e sepolcri che guarda l’infinito del mare alla periferia nord di Roccella Jonica.
L’afa penetra nella piccola Chiesa della Marina ed entra a folate dalle due porte spalancate che danno sulla strada principale. Il Tempio attiguo al Convento dei Minimi assiste attonito a un via vai di amici i quali hanno atteso a lungo e con partecipazione il ritorno a casa dei resti mortali di Gianfranco. C’è l’occasione, come avviene spesso in questi casi, per riflettere sul valore dei sacrifici di una vita, sull’imprevedibilità dell’esistenza (“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”) e, pure, sui drammi del nostro tempo di cui è testimone lo specchio di mare che ci separa dal continente africano. Nel dare cambio alla vicinanza fisica dell’amico in lutto, infatti, un gruppo di compagni di Sasà facciamo “ruota” e il discorso e lo sguardo cadono sulla statua cavallerizza del Santo Patrono Vittorio di Marsiglia nell’atto di infilzare il turco invasore. Ci concediamo una civile distrazione e smorziamo, così, la tensione prima di tornare ad abbracciare con l’affetto il caro Sasà.
L’afa viene respinta a fatica dalla corrente che si intrufola dalle porte della chiesa e dai vortici artificiali creati dai ventilatori. L’anziano Sasà ci vuole vicini. E noi amici di una vita, stacchiamo rispettosamente la divagazione storico-fideistica sulla funzione odierna della statua guerriera di San Vittorio, per stringerci intorno all’amico nel momento del dolore. Con affetto e sincera vicinanza. 

Autore: 
Vito Pirruccio
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