Salvatore Audino e Carmela Barbara incontrano l’ultima comunità ellenofona dell’Aspromonte

Dom, 05/01/2020 - 19:00

Sulle pendici del massiccio dell’Aspromonte che si affacciano sul mare Ionio, da secoli, anzi da millenni, esistono paesi e insediamenti umani così detti “grecanici”, le cui origini vanno individuate, probabilmente, nelle varie fasi della colonizzazione greca dell’Occidente, dei secoli VI VII A.C. da cui nacque la Magna Grecia che, con la sua cultura, gradualmente, civilizzò territori ancora arretrati, per poi irradiare tutto l’Occidente. Ma se i grandi insediamenti magno-greci, come Locri, Crotone, Sibari, Siracusa, Taranto, Elea, per citare solo i più noti, sono stati e sono tuttora oggetto di studio, la storia delle comunità grecaniche è rimasta nell’ombra, quasi al di fuori del resto del mondo. Non conosciamo con precisione le origini e le cause della nascita di paesi arrampicati su luoghi impervi e quasi inaccessibili: territori più adatti per il volteggiare degli avvoltoi e dei corvi che per accogliere insediamenti umani. Eppure, in questi luoghi scoscesi, erosi alla base dalle fiumare, sono sorti paesi come Condofuri Superiore, Roghudi, Chorio, Roccaforte, Africo Vecchio, Ammendolea, Casalinuovo che, pur vivendo lontano dai centri più evoluti, hanno saputo vivere in maniera pacifica e forse serena, in sintonia col mondo circostante e con gli altri uomini; in questo senso hanno espresso una loro civiltà, fatta di ristrettezze, di bisogni e sacrifici, affrontati con dignità. Certo, allora le zone marine erano paludose e infettate dalla malaria, e in seguito, con l’arrivo degli Arabi e la caduta dell’Impero Bizantino, sottoposte a continue scorrerie da parte di pirati e predoni. Per queste ragioni le popolazioni si spostano sulle pendici delle colline e delle montagne. L’uomo per vivere ha bisogno, anzitutto, di sicurezza fisica e di mezzi di sostentamento; ebbene, i nuovi paesi possedevano queste caratteristiche. Si viveva di pastorizia e agricoltura; la sicurezza era garantita dall’inaccessibilità dei luoghi. I pastori vivevano con le loro greggi in montagna, praticavano la transumanza, e scendevano nei paesi di rado, attraversando aspri sentieri e dirupi. Così sono vissuti per millenni in uno stato d’isolamento. Era impresa quasi impossibile scendere nelle marine dove la prima vaporiera sbuffa solo dopo il 1870. Il modo di vivere delle comunità grecaniche era certo simile a quello che il grande filantropo, Zanotti Bianco ha ben descritto nel libro- testimonianza “Tra la perduta gente”, dopo la seconda guerra mondiale. Edward Lear, nel 1847, passando da Condofuri e Gallicianò vede molta sporcizia nei locali, e La Cava scrive che un paese sporco è sicuramente povero. Le popolazioni grecaniche, non hanno scuole, vivono isolate e hanno una sola lingua d’uso: il greco arcaico, che si è tramandato da padre in figlio fino ai nostri giorni. Poi succedono degli eventi che cambiano la geografia e la storia dei luoghi: il tempo che distrugge tutto, le intemperie, le fiumare che scavano le basi del territorio, le alluvioni che producono frane e fanno precipitare a valle case, uomini e animali. E non c’è riparo; per molti paesi arriva la morte, e oggi, il turista, amante di memorie, che si avventura a visitare i vecchi paesi, vi trova solo rovine, desolazione, ruderi, in un silenzio lunare: paesi fantasma che ti danno la sensazione di essere uscito dalla storia. Dopo l’alluvione del 1970, finalmente, viene presa la saggia decisione del trasferimento degli abitati in luoghi sicuri; si tratta d’una decisione traumatica, specialmente per gli anziani: la vita della gente cambia radicalmente. La lingua d’uso nelle comunità d’origine, gradualmente, scompare e su di essa non c’è da piangere, come dice Corrado Alvaro, a proposito della civiltà contadina, perché con essa scompare anche un mondo  ancora non entrato nella modernità, in cui la vita era scandita dal moto degli astri e dal ritmo delle stagioni, e i modi di vivere arcaici. Intere famiglie vivevano in un unico ambiente, e spesso in condominio con gli animali. Si racconta che i bambini, per non precipitare a valle, venivano assicurati con una corda alla roccia. Recentemente è arrivata una legge di tutele delle minoranze linguistiche. Ma troppo tardi! Le comunità grecaniche si erano già trasferite, e poi la scuola dell’obbligo, la televisione, lo scambio nei rapporti umani hanno completato l’opera. Sembra che oggi si possa conservare solo la memoria di quei luoghi muti, ma che, se opportunamente interpellati, parlano come tutti i siti da cui è passata la storia, specialmente se costellata di sofferenze, privazioni, sacrifici. Recentemente due giovani studiosi hanno voluto incontrare gli ultimi greci di Calabria che vivono a Gallicianò; forse gli ultimi a parlare il greco antico dell’Aspromonte. È nato un libro artistico “Tornanti, gli ultimi greci dell’Aspromonte” al quale l’editore Rubbettino ha dato una bella veste tipografica. Gli autori del libro, scritto sul campo, sono: il bovalinese Salvatore Audino, di professione medico, amante della musica, della cultura e della fotografia, come si evince dalle sue foto artistiche che completano l’opera e Carmela Barbara, siciliana, di professione giornalista, collaboratrice di emittenti televisive e di diversi gruppi editoriali. La Barbaro, con molta professionalità, senza sembrare invadente, riesce ad attingere notizie importanti sugli ultimi greci di Gallicianò; sa apprezzare la loro ospitalità, la loro cucina, la loro mentalità e umanità. Visita la fontana dell’amore, unico luogo del paese in cui i giovani un tempo si potevano incontrare. Si tratta d’un mondo scomparso o in via d’estinzione, e che nessuna legge statale può fermare. C’è una legge più importante di quelle scritte, che i Greci del periodo classico, chiamavano Necessità, Destino. Però, chi proviene da quei luoghi, ha il dovere di cercare memorie nel passato, specialmente nella poesia, nella musica, nell’artigianato, nel costume pacifico di quelle popolazioni relegate per secoli in ambienti proibitivi.

Autore: 
Bruno Chinè
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