Staiti, borgo mistico e solo

Sab, 21/11/2020 - 18:00

Ci guardano negli occhi. È come se subito dopo dovessero iniziare a dirci qualcosa, miti e severi allo stesso tempo, dal loro lontano passato di asceti e uomini saggi. I loro occhi sono grandi e scuri, con la fissità della sapienza e della roccia, con una luce speciale, quella del Mediterraneo, centro di spiritualità e cultura, di sentimenti e tumulti, di fede, di vita.
Sono i Santi italo-greci che oggi, grazie al suggestivo ed importante museo di Staiti, piccolo e colto borgo della Locride, rivivono la loro identità e storia, certi ormai di non essere più dimenticati. Il loro “Bios” affiancato alle rispettive icone, un po’ immaginate e un po’ tratte da antichi affreschi e raffigurazioni, consegna alla nostra sete di sapere straordinarie agiografie e storie di umanità senza tempo.
Partiti da Brancaleone ci incamminiamo per le salite ripide di questo piccolo paese ai piedi dell’Aspromonte, sul fianco del Monte Giambatore, che guarda il mare Jonio dai suoi 500 metri, come se volasse. La sua vista quasi ci ferma il cuore, perché in questo silenzio antico sembra giusto anche smettere di respirare. Ma è proprio questa rarefatta poesia dell’esistere che rende Staiti, i suoi Santi e i suoi uomini, delle realtà particolari, da conoscere, comprendere, portarsi nella mente andando via.
Sulla Valle della fiumara Bruzzano, Staiti volteggia nei ricordi di un nebuloso passato in cui l’incertezza delle origini s’intreccia con la presenza reale delle vestigia bizantine e normanne che convivono nella Chiesa di Santa Maria di Tridetti, Monumento Nazionale, monumento di bellezza e arte in cui l’unione di questi due stili architettonici è la testimonianza visiva e tangibile dell’incontro fra la cultura e il culto occidentale e il raffinato e meditativo mondo orientale.
Come tanti piccoli abitati della Calabria anche Staiti, nei secoli e nei decenni, si è spopolato, da ricco feudo di importanti casati come quello degli Stayti e Ruffo, nel tempo ha visto svuotarsi case e strade, chiese e campagne e la sua gente in preda alla povertà o alla paura di poterla subire, è andata via.
Non ha dimenticato nulla di quanto ha lasciato e, tornando ogni estate e nelle festività sparse nell’anno, rivive grazie anche a chi coraggiosamente è rimasto, il tempo perduto e le tradizioni ben conservate nell’anima e praticate quotidianamente anche in terra lontana e straniera.
Oggi un nuovo spirito e una più viva consapevolezza sembrano però pervadere la Calabria che da “no men’s land” quale è stata per troppo tempo, si sta trasformando in una grande opportunità e terra di molti; i suoi figli cominciano a ritrovare la forza di scrivere una nuova storia, bella, colta, intraprendente e identitaria. Anche Staiti respira quest’aria.
Il cammino alquanto affannoso lungo le “vinelle” del centro storico si presenta a noi come la metafora della fatica di voler esistere ancora e raggiungere la meta che ci aspetta; un grumo omogeneo di case dalla chiara estrazione tardo medievale è la stabile certezza di un luogo che c’è e può essere ancora amato e vissuto.
Chi crede giustamente ancora nel potere di questa bellezza e di un passato che non può morire, non può non emozionarsi davanti a questa struttura arroccata che segue l’impervia e affascinante orografia del territorio; un articolato edificio che lascia lo sguardo rapito e incantato in cui le rocce fendono i muri entrando nelle stanze, anche i profumi della ricchissima biodiversità che cresce intorno, avvolgono i sensi. Rupi e declivi verdi e fioriti in questa primavera di rosa canina e ginestre, papaveri e calendule selvatiche, erbe aromatiche, campanule e margherite.
Divenuto ormai meta di visite di un nuovo turismo culturale, possiamo dire che è tante cose insieme: uno dei più importanti e originali siti della Calabria e d’Italia, un fiore all’occhiello della “Calabria Grecanica”, un volume prezioso della stupenda Collana Editoriale del Parco Culturale della Calabria Greca che il GAL Area Grecanica ha pubblicato qualche tempo fa, un piccolo mondo di gente ospitale, di tradizioni e culti. Tra i più sentiti quello per la Patrona Sant’Anna, celebrata a luglio con festa grande e ritorno degli emigrati; sacro e pagano costituiscono l’anima di questa festa che, come tante in Calabria, nasce dalla fusione di ritualità di diverse provenienze che diventano un’unica anima popolare.
I Santi italo-greci sono venerati in modo sparso nella nostra regione, nei culti di vari paesi e quindi un po’ dispersi. La mostra allestita per tutti a Staiti, ha composto una famiglia di personalità che ha dato loro un luogo della conoscenza; le loro opere e i tratti somatici ci guardano e comunicano dai dipinti realizzati dall’iconografo Sergej Tikhonov. Oro e pigmenti naturali dipingono suggestivi ritratti di monaci, carismatici, mistici, predicatori arrivati da quel mondo greco-bizantino per vivere ancora una volta la spiritualità e la solitudine dentro la bellezza di questi luoghi dove alcuni di essi sono anche stati.
Sono uomini e donne che hanno portato nel passato, con la loro presenza, prodigi e conversioni, conservazioni culturali e linguistiche, hanno pervaso di preghiera e filosofia, di spirito misericordioso ed evangelico tutti i territori calabresi in cui hanno vissuto.
Oggi, da questi preziosi ritratti, scene di vita e simbolismi, si raccontano nella loro viva immobilità, immortali e giovani, con vesti dai colori speziati, terrosi e caldi di quella natura meridionale e mediterranea che ancora oggi ci appartiene e vorremmo difendere, vecchi saggi dalle mani affusolate e le lunghe barbe, giovani donne martirizzate, dallo sguardo non terreno. Erano persone anche moderne, perché vivevano di valori universali e perenni, oltre la fede e oltre la vita. Ci sorprendeno lo spirito avventuroso di Elia il Giovane, siciliano di Enna, Fantino il ragazzo povero che amava i cavalli, Leonzio da Africo, il picàro che estraeva la resina dalle conifere, la trasformava in peceche, vendeva in Sicilia per dare i soldi ai poveri. Di Leo, il santo ragazzo, restano i luoghi che congiungono Bova e Africo, dove visse un’esistenza di lavoro, preghiera e penitenza sua e di altri grandi uomini di fede che conobbero il sacrificio fisico e le asperità che ogni giorno queste terre povere e silenti hanno loro offerto.
Nel mosaico delle meraviglie della nostra regione dai mille volti e linguaggi, popoli, diversità e storie, Staiti con il suo museo, i suoi santi e un’antica spiritualità è una importante tessera che si aggiunge ad arricchire visivamente una storia soltanto scritta e persone solamente immaginate. Pensiamo che per la sua posizione e sintesi mediterranea di tante culture, la Calabria dalla luce mitica e millenaria, dai sapori persino menzionati dal New York Times, fa parlare di sé in modo nuovo, affascinante e utile. Ma che borgo è Staiti?
Si trova a pochi chilometri da Brancaleone, Bruzzano Zeffirio, Capo Spartivento, Palizzi, un’area affacciata sulle coste del Mare Ionio reggino, la parte più meridionale del continente europeo.
È un territorio mitico per il suo fascino geografico, per le sue memorie storiche di antica influenza.
È piccolo e silente, aggrappato alle ultime rocce dell’Aspromonte e guarda dalle sue acrobatiche alture verso vallate ricoperte di boschi, macchia mediterranea, precipizi vertiginosi; ma nonostante le impervie salite, non scoraggia viaggiatori, ricercatori dell’anima dei luoghi e, soprattutto, i suoi figli che sono andati via, ma che ritornano ogni estate a rivedere e riassaporare le loro dolci radici, i ricordi, a ritrovare i santi e la gastronomia travolgente.
Le vicende storiche di questo paesino tanto amato dai suoi abitanti non sono differenti dai destini di tanti piccoli e antichi centri calabresi che hanno visto il succedersi di contaminazioni sociali, rapide ascese di nobili famiglie come i Ruffo, gli Stayti D’Ajerbe di origine aragonese, che intorno al XVI secolo hanno dato vita al borgo. Alla famiglia Stayti si deve la chiesa di Santa Maria della Vittoria, costruita tra il 1622 e il 1633 per commemorare la vittoria riportata a Lepanto dalle armate cristiane sui turchi, il 7 Ottobre del 1571. Poi i Carafa, principi di Roccella.
Insomma, quei passaggi dinastici che hanno sempre determinato i divari sociali ed economici, le diatribe territoriali, patti e misfatti di popoli di un estremo Sud marginale e fragile.
Mentre ci si aggira dentro le strette vie dove bellissime case patrizie si alternano a grumi di mattoni e facciate consumate dal tempo, mi sembra di scorgere qualche viandante solitario che, accompagnato solo da un asino e da una guida locale, scrive “Il diario di un viaggio a piedi”, uno dei romantici viaggiatori del Grand Tour, fenomeno culturale-turistico che nel 1800 portò nel Regno delle Due Sicilie intellettuali e artisti alla scoperta di terre per quei tempi lontane e selvagge.
Edward Lear aveva visitato Staiti nel suo viaggio a piedi e, come me, aveva potuto ammirare le vertigini di quelle altezze che affacciano lo sguardo sul mare aperto, pale di fichi d’india in equilibrio su speroni di pietra, greggi ordinate che attraversano le fiumare. In epoca bizantina, qui si erigevano conventi e bellissime abbazie, immerse nel verde muto e mistico delle vallate attraversate da torrenti.
Santa Maria di Tridetti è un capolavoro che ha resistito nel tempo, seppur espoliata di cornici e decori, rimane un esempio luminoso e ascetico di un monachesimo basiliano che ha popolato la Calabria nell’Alto Medioevo.
La sua struttura elegante e leggera, dalle merlature a coda di rondine, mattoni rossi e fughe bianche, ancora parla di sè, degli uomini che l’hanno costruita, vissuta, amata, di quel Dio dagli occhi grandi arrivato fino a lì.
Oggi i percorsi per rivivere l’emozione di quel passato ancora vivo, sono tanti, è un territorio pieno di piccole e belle cose, riti e miti che non finiranno mai; storie che pur confrontandosi con il presente non si confondono mai con il passato. Dentro il Museo dei Santi italo-greci questo incontro di modernità e antico, passato e presente che guarda al futuro, si può percorrere un viaggio interessante e nuovo.
Staiti, mentre si passeggia ammirati di tanta bellezza, sembra aspettare. È in attesa che accada qualcosa di più delle semplici visite, ha un sogno che è quello del ritorno.
Dei giovani, della vita, dei suoni di un tempo, delle voci dei bambini e dei profumi di sugo, maccheroni, fritti e tarante che ormai soltanto d’estate e per la festa di Sant’Anna, patrona del borgo, inondano le strade e la mente.

Autore: 
Vittoria Camobreco
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