Trolley calabresi in fuga

Dom, 08/03/2015 - 14:10
Per restare il nostro stivale dovrebbe trasformarsi in un anfibio dalla punta di ferro

“E partiva l’emigrante e portava le provviste e due o tre pacchi di riviste” recitava la strofa di una celebre canzone di Rino Gaetano, figlio di emigrati calabresi, partiti dalla Calabria in cerca di fortuna, proprio come i protagonisti di quest’articolo.

Il trolley ha sostituito la valigia di cartone, lo smartphone i gettoni telefonici ma l’entusiasmo, la paura e l’ansia della partenza non sono cambiati.

Giovani avventurieri calabresi trascinano i loro pesanti bagagli, colmi di vestiti, sogni e speranze; dietro di loro una lunga processione di parenti. In aeroporto echi rimbombano incessantemente: “A’ mamma, copriti che fa freddo”. E non importa la stagione, la maglia della salute deve essere indossata, anche se sudi e puzzi a dritta. “Quando sei a metà strada fammi uno squillo, mi raccomando” - “Mamma ma sull’aereo non posso, non c’è linea!”- e lei prontamente trova la soluzione “Esci un attimo fuori e mi chiami...”. Ci sono poi le raccomandazioni della nonna: “Figghia mangia, mangia, ca ti facisti peji e ossa, ti conzai tri panini ca cutuletta, furmaggio e pumadoru. Si sunnu pochi, appena trovi nu barri, t’accatti ncun’attra cosa... E mangiaaa chi ‘nta ddu uri chi simu cca ti viu sciupatu”. Naturalmente non possono mancare la raccomandazioni paterne “L’hai presa la carta d’identità, passaporto, tessera sanitaria, caricabatterie, computer, coltellino svizzero, torcia, carta igienica”- “Si papà tranquillo, e poi vedi che la vendono la cartaigienica lì!” “Non si sa mai, u bidè non l’hannu”. E poi c’è lui, il simpaticissimo zio che ti saluta e ti chiede, seminando il panico: “Ma la cosa fondamentale l’hai presa?”. Rileggi di volata la lista e sei sicura di aver preso tutto “Zio ma cosa???” - “A testa, o ta scordasti?” Un tic improvviso all’ occhio è sufficiente come risposta al parente simpaticone. Un ultimo saluto generale e via, si parte. Da lontano senti ancora le urla di tua madre e  le preghiere delle nonna, ma non ti volti più, scende una lacrimuccia, non sai se è per la gioia di partire o perchè ti mancheranno le polpette e la pasta al forno che la nonna ti prepara ogni domenica.

Entri al gate ed ecco la prima prova da superare: il metal detector! Sai che se dovesse suonare tutti ti guarderanno storto per due semplici ragioni: sei calabrese e hai la valigia piena di conserve, dalla marmellata ai fichi, ai peperoncini piccanti al tonno. Ma gli sguardi altrui ti preoccupano poco, la cosa che temi di più è che se dovesse suonare probabilmente sarai costretto ad aprire le bocce ed è finita, perchè come dice nonna: “Si pigghianu aria e non ti mangi i perdi...”. Ma adesso che ci pensi bene, potrebbe essere solo una scusa inventata dalla nonna per farti mangiare una boccia per intero in un giorno... Superati i controlli, si è pronti all’imbarco.

Tanto tragica la partenza, quanto l’arrivo alla destinazione prescelta, soprattutto se non italiana. Arrivi in Inghilterra, Scozia, Irlanda e sai che devi trovare la scritta Exit. Se vai in Francia non ti puoi sbagliare, è Sortie, che si legge sortì... mala sortì. E in Germania? A Quel punto prendi piena consapevolezza che il tedesco non ha niente a che fare con l’Inglese, tanto meno con il Francese, e che aver  imparato “Nicht hinauslehnen” (“è pericoloso sporgersi dal finestrino”) grazie al cartellino che leggevi sul treno tutti i giorni quando andavi al liceo, non ti servirà a nulla. Per fortuna l’omino che indica l’uscita è internazionale, solo che in Germania ha il braccio destro alto e ben teso,  pazienza... l’importante è che indichi l’uscita. Una volta fuori dall’aeroporto non puoi più tornare indietro: è adesso che inizia la sfida!

Una ragazza di 24 anni, della provincia di Reggio Calabria, ci ha raccontato come ha vissuto alcuni  giorni in  un ostello scozzese, prima di trovare casa: “È stato un incubo, sono stata costretta a stare in ostello per più di una settimana, sembra assurdo ma in Scozia è più semplice trovare un lavoro che una casa”. Poi continua: “Premetto che dormivo in una camera mista con 12 posti letto per poter risparmiare. In una delle tante notti insonni, sono stati ospiti, nella stessa camera, quattro ragazzi provenienti da Glasgow. Sono arrivati alle 4.30 di notte, cantando, urlando e imprecando. Con un occhio aperto e uno chiuso, chiesi con il mio inglese rivisitato, di fare silenzio, anche perchè io, come le altre tre persone che dormivano in quella camera, l’indomani ci saremmo dovuti svegliare presto. Ma loro continuarono a fare baccano, insultandomi pesantemente. Ore 8.00 sveglia, cosa c’è di più bello di una vendetta mattutina? Beh due... Iniziai a cantare “O’ sole mio” a  squarciagola e spalancai le finestre, i quattro ubriaconi cominciarono a farfugliare qualcosa del tipo “Fucking bastard, shit...”. Rispettando il buon costume scozzese non gli diedi il minimo accenno di confidenza e scesi al bar a fare colazione. Loro probabilmente credevano fosse finita lì, e invece no. Il mio ritorno in camera fu a dir poco scoppettiante: entrai a suon di battito di mani e gorgheggi improvvisati, lo show si concluse con un’esibizione sotto la doccia di un apprezzabile “Barbiere di Siviglia” seguito da una standing ovation degli altri tre ospiti, e l’arresa dei quattro scozzesi maleodoranti, che con la coda fra le gambe, presero le loro cose e uscirono infastidi dalla camera. A quel punto pensai: “Quattro scozzesi non fanno una calabrese”.

Un ragazzo di 23 anni, trasferitosi da Paola in Inghilterra racconta invece le milioni di difficoltà che ha riscontrato nel trovare casa: “Sono partito credendo che in un paio di giorni avrei trovato il mio rifugio, invece è stato terribile. Inizialmente mandavo email a raffica, mai una risposta, cercavo di evitare il confronto telefonico, perchè non capivo nulla, ma alla fine ho ceduto. Mi facevo ripetere indirizzo e numero del bus almeno dieci volte, annotavo soddisfatto. L’indirizzo nella maggior parte dei casi era giusto, mi aiutavo con internet, ma la linea del bus era puntualmente sbagliata. Chilometri e chilometri a piedi, sotto la pioggia, ringrazio Google Maps di esistere, senza di lui non ce l’avrei mai fatta.

Una ragazza di 30 anni, proveniente dalla piana di Gioia Tauro è un’altra testimonianza di come in Italia non si riesce più a campà: “Ho lasciato l’Italia nonostante avessi un posto fisso da otto anni al Nord, purtroppo sono dovuta tornare a casa dai miei, tra spese e tasse non arrivavo a fine mese. Per me è stato terribile e deprimente. Ho dato le mie dimissioni e dopo tre giorni sono partita allo sbaraglio. La cosa che mi ha lasciata sbalordita della Scozia è l’uso spropositato di alcool. Al sabato sera trovi gente senza scarpe, che non riesce a mettere un piede davanti all’altro e rotolano come sassi giù per la Holyroad. Atro punto che vorrei sottolineare sono gli Italiani all’estero: arrivano e si sentono già Inglesi. I più fortunati si aprono ristoranti, agenzie di catering e sfruttano altri Italiani, pagandoli una miseria. Anche il fatto che non si riesca ad avere una bella comunità di italiani all’estero è assai deprimente.

Polacchi e spagnoli si aiutano tantissimo tra di loro. Qui è meglio non contare sugli italiani perché fora du culu meu, aundi pigghja pigghja”.

Abbiamo, invece, un parere opposto da parte di una giovane di 22 anni, di Locri, trasferitasi ad Edimburgo: “Ho avuto la fortuna di incontrare degli Italiani meravigliosi, lavoravo in un ristorante italiano e i miei colleghi anch’essi italiani originari della Campania, Puglia e Sardegna, mi hanno aiutato e consolato nei momenti di disperazione. Il capo, sempre italiano, era invece uno stolto (la ragazza non ha detto esattamente così), voleva sfruttarci, ma gli è andata male, dopo il festival ha dovuto dichiarare fallimento, ma noi non ci siamo preoccupati più di tanto e abbiamo trovato subito un altro lavoro, rivelatosi a livello legale ed economicamente migliore.

Alla domanda “Perchè siete scappati dall’Italia?” tutti hanno risposto di non essere scappati, ma di essere stati in un certo senso cacciati, “esiliati” da un declino economico ben chiaro a tutti, soprattutto al Sud d’Italia. C’è chi resta per paura di cambiare o di fallire, e chi parte perchè invece vuole comunque provarci: in entrambi i casi ci vuole coraggio. Una ragazza, ventriquatrenne, di Reggio Calabria, ha affermato: “Se l’Italia non ci consente di realizzare i nostri sogni, i nostri desideri, non dobbiamo smettere di crederci, possiamo provare a realizzarli altrove” . Poi aggiunge: “Per rimanere in Italia, servirebbe trasformare lo stivale in un anfibio dalla punta di ferro. La vita è breve, è una sola ed è la nostra, dovremmo decidere noi, non quei pupazzi che tentano di governare una finta Repubblica, di pubblico ormai è rimasto ben poco.

Ci hanno imposto uno stile di vita basato sul sacrificio, dove prima il dovere e poi... paghi le tasse, dove i ricchi sono sempre più ricchi, e i poveri sempre più morti di fame. Una volta le mense dei poveri erano frequentate per lo più da barboni, che per loro scelta o per sfortuna vivevano per strada. Oggi sono affollate da gente di ogni età, italiana ma sopratutto disoccupata a causa di una crisi generata dalla politica e dal ricco imbroglione, non di certo da loro.

Ma nonostante mi trovi qui in Scozia, non dimentico di essere italiana, e spero che prima della fine dei miei giorni potrò vedere la rinascita del mio Stato che, se non fosse stato raso al suolo dall’ego-sistema, splenderebbe ancora”.

 

Autore: 
Valentina Cogliandro
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