Un libro per riscoprire come si viveva nella Serra San Bruno del 1700

Dom, 19/07/2020 - 19:00

Si intitola “Serra e la Certosa di Santo Stefano del Bosco nel catasto onciario del 1755” il lavoro pubblicato di recente da Vincenzo Cataldo e Domenico Pisani che ha permesso di analizzare la società settecentesca della Serra di Santo Stefano del Bosco, oggi Serra San Bruno, proponendo una visione multiforme con tutte le problematiche della società di antico regime.
I due autori, infatti, attraverso un’analisi minuziosa, presentano i dati ottenuti dall’esame del catasto onciario, una sorta di dichiarazione dei redditi introdotta intorno alla metà del XVIII secolo da Carlo di Borbone, finalizzata a ottenere un quadro dettagliato della situazione patrimoniale dei sudditi del Regno di Napoli.
Dall’analisi, implementata da notizie desunte dai protocolli notarili e da fonti ecclesiastiche, emergono le diverse classi sociali, la gente comune proiettata nella vita quotidiana, preti e benestanti, massari e contadini, artisti, pittori, scultori e architetti, gli artigiani che costituivano la celebre maestranza impiegata in tutto il Regno di Napoli per l’abilità nel lavorare il granito, il ferro e il legno. Gli autori prendono poi in esame la famiglia, legata alle tradizioni e alle consuetudini sociali, l’identità onomastica e la pratica del censo bullare. Lo studio analizza inoltre il tessuto urbano e i rapporti – non sempre idilliaci – tra i cittadini serresi e la Certosa, che con il suo immenso patrimonio immobiliare dettava la vita economica e sociale dell’intera area.
La Certosa spendeva somme per la costruzione e la manutenzione di immobili finalizzati alla produzione e alla conservazione dei prodotti agricoli e, attraverso la rete di feudi sparsi in Calabria e di cospicui territori che vantava in altri centri, costituiva una solida e pulsante struttura socio-economica. Nel tardo '700 si presentava come signora feudale di Gasperina, Montauro, Montepaone, Serra, Brognaturo e Spadola in Calabria Ultra e di Rocca di Neto. I certosini mantenevano in vita la struttura delle grange, tipica organizzazione economica dei grandi monasteri medievali francesi. Nel periodo ora indicato, dalla Certosa dipendevano le grange di Mammola e Mutari in territorio di Vibo, Gagliato, Capistrano, Restàvolo a Spadola, Santa Costantina di Arena, di Rocca di Neto e quella di Giampilieri nei pressi di Messina, altre minori.
Il linguaggio utilizzato da coloro che vissero quel periodo evidenzia il forte contrasto e le lacerazioni dovute al permanente stato di conflittualità tra i due soggetti. Già nel 1700, con una petizione inviata a Napoli, 180 artigiani si lamentavano delle “angarie” del padre priore che aveva obbligato il comune a mantenere a proprie spese la ristrutturazione dei mulini e di esigere parte delle loro prestazioni con retribuzioni eccessivamente ribassate. Gli artigiani erano costretti a lavorare per la Certosa a un carlino al giorno, a differenza dei 15 pagati per una giornata in altre località. In questa conflittualità si delinea un intreccio del potere spirituale-temporale che schiaccia i vassalli in una morsa asfissiante. Ne conseguono diverse liti giudiziarie accese tra la Certosa e la cittadinanza, la più violenta delle quali è quella intrapresa nel 1751 dal mastro ferraio Domenico Giancotti e dal mastro piperniere Santo Timpano, due artigiani che denunciano l’atteggiamento usurpatore della Certosa in tutti i suoi possedimenti calabresi.
A parte le rivalse dei cittadini che spesso si rivolgevano alle autorità centrali per rivendicare i loro diritti, la Certosa è anche vicina alla gente comune, perché permetteva che tutti gli erbaggi e le castagne compresi nel vasto territorio si potessero raccogliere; consentiva a tutti i naturali di Serra e di Spadola di pascolare «per carità», riservandosi solamente di esigere i terraggi relativi alla eventuale semina. All’interno della cittadella vi erano una spezieria e un ospedale riservati ai frati, ma utilizzati anche dalle grange e dagli abitanti. I deputati decisero di non applicare tassazione perché tutti i serresi ricevevano continuamente «il comodo» e i medicamenti franchi.
Il corposo volume mette in copertina un disegno molto intrigante di come appariva Serra alla fine del XVIII secolo. Si riconoscono i palazzi, le chiese attuali, il Borgo così com’era dopo il terribile terremoto che, nel 1783, devastò l’intera Calabria meridionale, provocando oltre 80 mila morti.

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