Una buona gestione dei beni confiscati può far ripartire il Sud

Lun, 08/02/2016 - 19:30
All'Agenzia dei beni confiscati regna il caos. Per mettere ordine nella selva basterebbe creare una vera banca dati presso la Prefettura di Reggio Calabria, accessibile a tutti gli attori coinvolti affinché possa crearsi una sinergia propositiva che non lasci spazio a disorganizzazione.

Quella dei beni confiscati alle mafie è una storia tutta italiana, ancora caratterizzata da dubbi e incertezze quali, ad esempio, quelli sull’autorità che se ne dovrebbe occupare, o quelli in merito ai fondi comuni di investimento chiusi. Il dibattito politico, e non solo, che circonda questa tematica è particolarmente acceso in quanto si tratta di un argomento che, a livello economico, sociale e di credibilità politica, rappresenta una partita importantissima che si ha l’obbligo di vincere a tutti i costi. Specialmente nella provincia di Reggio Calabria. Ma qual è la situazione dei beni confiscati alle mafie nella provincia reggina?
In una situazione che vede poco personale dell’Agenzia dei beni confiscati, il ricco ristorno del suo direttore amministrativo, nessun registro e tanta, ma tanta confusione, le stime date da Libera Antimafia in un report sui beni confiscati nella provincia di Reggio sono, tutto sommato, incoraggianti.
Nella selva dei quasi 55mila beni confiscati in Italia, nella provincia di Reggio, stando a stime non proprio recenti ma comunque indicative, 52 comuni su 97 hanno dei beni immobili confiscati alla ‘ndrangheta, per un totale di 823 di cui 232 in gestione, il 29%, 185 destinati da consegnare, il 22%, 406 destinati e consegnati, il 49%. I 232 beni confiscati ancora in gestione nella provincia reggina sono 62 a Marina di Gioiosa, 46 a Reggio Calabria, 22 a Locri, 18 a Grotteria, 13 a Oppido Mamertina, 71 in altri comuni. I quasi 200 beni confiscati destinati da consegnare si concentrano, invece, a Reggio Calabria e Polistena, con, rispettivamente, 33 e 28 beni. Segue Gioiosa con 22.  I beni confiscati consegnati sono 406, con 89 a Reggio Calabria e 74 a Gioia Tauro.
Considerato il numero copioso, e sicuramente aumentato negli ultimi 3 anni, di beni confiscati, alla luce delle anche palesi disfunzioni del sistema di gestione dei beni stessi, che molto presto potrebbe lasciare l’onere a fondi di natura privata – con un immaginabile rischio di imparzialitá – bisognerebbe attuare un tavolo tecnico istituzionale presso la Prefettura di Reggio Calabrisa, creare una vera banca dati presso la stessa, accessibile a tutti gli attori coinvolti affinché possa crearsi una sinergia propositiva che non lasci spazio a disorganizzazione, la quale a sua volta crea malcontento tra la popolazione – si pensi ai licenziati delle imprese confiscate, che finiscono inevitabilmente col fare le ragioni del “nemico” – e che permetta una piú serena gestione dei beni.  Una partita, questa, che deve giocarsi a Roma ma non solo: le 52 amministrazioni comunali della provincia dovrebbero, infatti, su proposta di molte associazioni operanti nel settore, rendere noto, con cadenza semestrale il numero e la collocazione di beni già destinati, sfruttandone le potenzialità sociali e di welfare, prima ancora che prettamente economiche.

Autore: 
Antonio Cormaci
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